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Lo stupore delle prese elettriche

Il protezionismo non fa progredire l’umanità.

 

Da: https://fee.org/articles/the-case-against-protectionism/
Perché commerciamo? Le persone commerciano perché vogliono comprare qualcosa. Per ottenerlo offrono qualcosa in cambio. Il principio fondamentale del libero scambio è che ambedue le parti della transazione beneficiano.
Questo prinicpio diventa chiaro quando si riconosce che le nazioni non commerciano. Il termine “nazione” si usa per qualcosa che esiste solo in astratto. Una nazione non è un essere vivente, che respira, agisce, prende decisioni. Solo gli individui vivono, respirano, prendono decisioni agiscono e commerciano.

Quale individuo pensante abbandonerebbe liberamente ciò che ha per acquistare cosa che lui valuta di meno? Così il commercio si verifica naturalmente tra gli uomini che cercano di migliorare il loro benessere individuale.Non richiede autorità centrali per stabilirlo: richiede casomai che l’autorità centrale stia da parte e non interferisca. Ci vuole l’uso della forza, attraverso multe, tasse, sentenze di incarcerazione, affinché il commercio scompaia. (Sempre che scompaia davvero.)

Troppo spesso vediamo i benefici che potrebbe portare una restrizione alle importazioni a pochi e ignoriamo i danni reali che sarebbero inflitti a molti.

Questo uso della forza nel commercio internazionale guadagna rispettabilità, di solito, nell’affrontare ciò che è conosciuto come dumping. Un concetto piuttosto nebuloso. Il dumping è stato definito come la vendita al di sotto del costo di produzione oppure come un prezzo più basso di quello prevalente nel mercato interno degli esporatori.

Nessun tentativo è stato fatto nelle leggi anti dumping americani di definire “costo di produzione.” Quel che sembra un termine concreto per il legislatore diventa scivoloso nell’ottica dell’economista, che usa molti diversi concetti di costi, tra cui “marginale,” “medio,” totale.”

Steven E.Plaut, in un articolo intitolato “Why dumping is good for us” spiega:

“Il processo burocratico attraverso cui i prodotti stranieri sono giudicati come dumping è elefantiaco. Ogni imprenditore americano che creda che la sua impresa sia danneggiata da importazioni a basso costo, può fare un reclamo al Dipartimento del Commercio. Dopo un’inchiesta che può durare fino a undici mesi, il Dipartimento stabilisce se le merci sono state vendute a un prezzo “inferiore al valore equo.”

Contemporaneamente, la Commissione per il commercio internazionale decide se le vendite hanno danneggiato l’industria americana. Se i risultati sono positivi, viene stabilito che si è verificato un caso di dumping in senso legale e sono applicate misure anti dumping.
Non c’è nessuna penalizzazione a carico di chi ha fatto reclamo se questi perde la causa, il che incoraggia una tempesta di reclami.
Nel 1988 il Tesoro statunitense decise che le imprese giapponesi stavano facendo dumping sull’acciaio. Il Tesoro calcolò in modo piuttosto capriccioso i costi delle imprese (tutte?) giapponesi. Quindi applicò un profitto dell’8% e stabilì che si trattava di dumping. Ora, se i produttori di acciaio dovessero ottenere un 8% di profitto da tutto quel che vendono, molte imprese produttrici di acciaio negli Stati Uniti e in molte altre parti del mondo avrebbero fatto dumping su grandi quantità di acciaio finora venduto.

Misure anti dumping sono proposte frequentemente in nome della giustizia per rendere più eque le condizioni di produzione. Come spiegò Bastiat un secolo e mezzo fa, però, rendere uguali (=eque) le condizioni di produzione significa non solo ostacolare gli scambi, ma anche attaccare le loro fondamenta. Lo scambio, infatti, è basato proprio sulla diversità o, se vogliamo, sulla disuguaglianza delle condizioni di fertilità, competenze, clima, temperatura che si cerca di eliminare. Se la Guaiana vende il vino alla Bretagna e questa vende il grano alla Guaiana è perché queste due province hanno delle differenti condizioni di produzione. Il commercio internazionale non si fonda su basi diverse. Inoltre, attaccare le diseguaglianze delle condizioni che danno luogo agli scambi e che ne sono responsabili è in effetti un attacco allo scambio stesso. Se i protezionisti avessero il potere di dare effetto legale alle loro convictions, ridurrebbero tutti gli uomini a una vita di isolamento.

E’ sempre benefico per una nazione specializzarsi in ciò che produce meglio e poi commerciare con altri per acquistare beni a costi più bassi di quelli che si avrebbero producendoli internamente.

Certamente, i produttori di auto che chiedono ai cittadini di “comprare americano” e vogliono che il governo restringa le importazioni di auto straniere, tornano a comprendere il principio fondamentale dello scambio quando agiscono da “venditori all’estero” e da “compratori di componenti e materie prime” sul mercato. Trovare una auto interamente americana oggi è impossibile. Quasi tutte le auto contengono componenti, dai motori alle brakes, che sono fatti in altri paesi. Acquistare questi componenti al prezzo più basso aiuta l’industria americana ad essere competitiva, indipendentemente da dove sono stati comprati.
Non esiste un solo caso ben documentato in cui i consumatori abbiano subito a causa di una guerra dei prezzi delle perdite nette tra benefici immediati e perdite future. Non c’è neanche evidenza di casi in cui una nazionale abbia sofferta una perdita netta a causa del dumping.
Il dumping, indipendentemente dalla definizione che vogliamo dargli, ha delle spiegazioni razionali in suo favore. Per esempio pensiamo al concetto di prezzo diverso su mercati diversi a causa delle condizioni di domanda e offerta che non sono identiche dappertutto.

A volte il dumping si verifica per prodotti che non hanno più una grande domanda nel mercato domestico, magari perché quei prodotti sono superati dallo sviluppo tecnologico oppure resi fuori legge per ragioni politiche domestiche.
Altre volte, uno straniero cercherà di acquistare quote di mercato in un altro paese offrendo a sconto i suoi prodotti, ma fa la stessa cosa il negoziante che pubblicizza il dentifricio in offerta a sconto per attrarre clienti.
In altre circostanze, un produttore potrebbe mantenere un certo volume di produzione durante un declino economico nel proprio paese e vender i prodotti sotto costo all’estero perché l’alternativa di chiudere l’impresa per il periodo del declino sarebbe più costosa.

A causa delle variazioni di prezzo e dei tassi di cambio che hanno luogo per la durata di un contratto di vendita, può ben succedere che il prezzo di vendita finale dei prodotti importati diventi dopo un po’ sotto costo o sotto i prezzi prevalenti sul mercato interno.

Il libero mercato non rende la vita più facile per ogni produttore locale e non deve farlo. Mentre amplia le possibilità di scelta per i consumatori, il libero mercato può negare al produttore la sicurezza di avere un mercato domestico di compratori garantito. Ma ogni politica di protezionismo disegnata per fornire quella sicurezza, danneggerebbe i consumatori. Troppo spesso vediamo i benefici che il protezionismo dà a pochi e ignoriamo i danni che crea a molti. Non si può fuggire al fatto che il protezionismo fa violenza alla logica della libertà, della pace e dell’economia.
Per un libertario, l’argomento della libertà contro il protezionismo dovrebbe essere sufficiente. Gli uomini hanno un diritto naturale di essere liberi dalle interferenze arbitrarie nei loro pacifici affari. Le restrizioni al commercio distruggono e puniscono un’attività pacifica, volontaria e vicendevolmente benefica. Il protezionismo è una manifesta violazione della libertà e i suoi sostenitori dovrebbero dire quali obiettivi più grandi della libertà umana siano serviti dalle politiche protezioniste.
Se le merci non attraversano le frontiere, lo faranno le armi. La storia è piena di esempi. Una parte alza barriere commerciali, l’altra controreplica alzandone altre, la guerra di parole degenera in conflitto armato.

Il progresso dell’umanità non deriva dal rendere la vita più difficile.

Finché le persone sono libere di ottenere i benefici del commercio, hanno interesse a mantenere relazioni pacifiche. Se alzi le tariffe e chiudi le frontiere, come fu fatto negli anni Trenta, le relazioni si deteriorano. Quando una nazione non può commerciare e migliorare la propria economia attraverso il commercio, può cercare di tirare fuori le armi.

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