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Lo stupore delle prese elettriche

Il protezionismo è un male.

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1. Supponiamo che io  faccia qualcosa e lo venda. Per esempio ipotizziamo che produca olio o pannelli solari o venda servizi come la gestione di un albergo o faccia delle pulizie a casa di altri  o sia un consulente finanziario.
2. Se sono bravo, faccio le cose meglio di altri, tengo sotto controllo i costi, faccio pagare i miei servizi o i miei prodotti meno degli altri, o convinco i clienti a spendere di più per i miei prodotti perché LORO ritengono che siano migliori o per altri motivi, resto sul mercato e faccio profitti. Ci saranno altri produttori in concorrenza con me, ma se io mi impegno e mi do da fare per fare meglio di loro, sopravvivo sul mercato.
3. Se penso che ci siano dei concorrenti che non si comportano correttamente o non rispettano le leggi o manipolano i prodotti, sta a me convincere i clienti che io non faccio questi giochi. Sta a me convincere i clienti che sono più bravo. NON HA SENSO CHIAMARE CONCORRENZA SLEALE TUTTO CIO’ CHE NON MI PIACE.
4. Il profitto è il voto che i consumatori danno ai produttori. E’ ciò che permette di distinguere tra gli imprenditori bravi da quelli meno bravi. Dove bravi non è un aggettivo determinato da chissà quali idee filosofiche: sono bravi coloro che riescono ad ottenere il giudizio positivo dei clienti, perché soddisfano evidentemente qualche loro bisogno.
5. Anche i consumatori sono in concorrenza tra di loro. Le risorse sono scarse, i beni pure e non possono ottenere tutto ciò che vogliono. Il prezzo è un segnale e un discrimine per fare le scelte. Imporre un prezzo più basso di quello di equilibrio, come accade nei servizi pubblici, nella sanità, negli affitti a equo canone ecc., significa condannare le persone a lunghe code per avere poco di quel bene a disposizione. Imporre prezzi più alti di quello di equilibrio, per esempio attraverso i dazi, significa ridurre il reddito disponibile dei consumatori e comunque limitarne la libertà di scelta.
6. Sta al consumatore scegliere quali prodotti vuole. Voglio l’olio italiano per un qualsiasi mio motivo? Bene. Lo comprerò. E’ giusto, allora, indicarne la provenienza: è tutta informazione in più e può essere utile per le scelta. Voglio l’olio tunisino? Perché non dovrei averlo? Solo perché una legge impedisce la mia libertà di scelta? La qualità sarò in grado di valutarla da me, no? Il consumatore non è un inetto che non sa scegliere. Peraltro, se si fa truffare, è colpa sua. Il mercato è un processo che non può e non deve essere predeterminato in funzione di qualche obiettivo imposto dall’alto. E’ un processo che si sviluppa attraverso tentativi ed errori. L’importante è che non siano limitate la libertà di scelta e di concorrenza.
7. In merito all’olio, va anche detto che la produzione di olio in Italia è molto inferiore rispetto alla domanda. Se ne limiti le possibilità di acquisto, costringi molte persone a farne senza. Oppure ne fai salire il prezzo, favorendo sì i produttori, ma ulteriormente limitando le possibilità di scelta dei consumatori. Peraltro c’è chi dice che l’olio di oliva dovrebbe sostituire l’olio di palma. Riempiamo di olivi l’Italia? Anche quale sia l’uso più efficiente dei terreni dovrebbe stabilirlo il libero mercato e non una pianificazione imposta dall’alto secondo criteri inevitabilmente arbitrari.
8. Aiutiamoli in casa loro. Impedire ai tunisini di esportare l’olio è un modo di aiutarli? Ma il loro olio è soggetto a frodi e di qualità inferiore, dite? La qualità varia con le annate e sulle frodi l’Italia non può certo dare lezioni. L’olio italiano è soggetto a tasse, protocolli, certificazioni? Il problema, allora, sta nelle tasse, nei protocolli, nelle certificazioni.
9. Gli stessi che vogliono imporre dei dazi o dei sussidi o delle protezioni ai prodotti italiani, chissà perché, sono ben contenti dei boom di esportazioni, quando accadono, come col vino. Perché non chiedono che il Parmigiano venga venduto solo a Parma o che il Brunello venga venduto solo a Montalcino?
10. Nella prima globalizzazione, avvenuta a fine Ottocento, le regioni come la Campania, produttrici di grano, si trovarono in difficoltà perché il mercato venne invaso da grani esteri più convenienti. Contemporaneamente le regioni come la Puglia, sempre per restare al sud, si avvantaggiarono dell’apertura dei mercati, grazie all’esportazione di vino e olio. Cosa avrebbero dovuto fare i coltivatori campani? O trovare un modo di essere più efficienti, attraverso (vado a caso con esempi non necessariamente pertinenti) fusioni, meccanizzazioni, riduzioni di costi, ampliamento delle imprese, scoperta di nuovi modi di fare le cose, incentivi alla costruzione di ferrovie per la riduzione dei costi di trasporto oppure cambiare mestiere.
11. La Fiat produceva auto di pessima qualità e imponeva i propri prezzi, quando era l’unico operatore presente in Italia. E’ stato impedito ad imprese automobilistiche straniere di mettere degli stabilimenti in Italia. E’ stato impedito alla Fiat di licenziare personale negli anni Settanta (l’azienda è stata in utile fino al ’69, poi ha seguito l’ondata aumento di salari-aumento di prezzi-perdita di profitti-sussidi, comune a moltissime imprese.) E’ stata tutelata, protetta, sussidiata, e con lei i suoi lavoratori. Finché i nodi sono venuti al pettine. Ci hanno rimesso i suoi lavoratori, che prima o poi sono comunque stati licenziati…e non avevano una Nissan a cui rivolgersi. Ci hanno rimesso tutte le imprese che hanno dovuto subire i costi della maggior tassazione e del lavoro: tutte imprese che con quei costi sulle spalle non hanno potuto spendere in innovazione, ricerca, sviluppo, crescita, personale. In realtà a quelle imprese andava benissimo vivere di relazioni politiche e aiuti statali, ma alla fine qualcuno ne ha pagato le conseguenze. Ci hanno rimesso i disoccupati che non potevano trovare un lavoro, non essendo garantiti da nessuno e non trovando un mercato aperto e dinamico. Ci hanno rimesso gli stessi garantiti, che proprio per esserlo, non si sono dati da fare per innovare, migliorarsi, qualificarsi, guardarsi attorno. Ci ha rimesso la stessa Fiat che ha potuto vivere di aiuti e poi quando questi sono finiti ha perso soldi e quote di mercato. Già. Perché con la libertà di scelta, i consumatori hanno comprato auto giapponesi o tedesche o americane. Se la Fiat si fosse data da fare fin dagli anni Settanta per produrre in modo più efficace ed efficiente, forse avrebbe perso meno clienti. Se i garantiti hanno conquistato una pensione da garantiti dopo un lavoro da garantiti, hanno vissuto sostanzialmente sulle spalle delle generazioni future, che stanno pagando il conto. Dove voglio arrivare? A dire che LE PROTEZIONI NON PROTEGGONO, MA IMPEDISCONO L’INNOVAZIONE, IL CAMBIAMENTO, IL MIGLIORAMENTO FINCHE’ QUESTI DIVENTANO INEVITABILI E FANNO PIU’ MALE.

12. NON ESISTE NESSUN DIRITTO A FARE IL MESTIERE PER CUI SI E’ STUDIATO O QUELLO PER IL QUALE CI RITENIAMO PIU’ CAPACI O CHE CI APPASSIONA DI PIU’. NON ESISTE NESSUN DIRITTO A FARE UN LAVORO SOTTO CASA O A FARLO PER TUTTA LA VITA. SE VOGLIAMO UNA DI QUESTE COSE, STA A NOI AGIRE PER AVERLE, SENZA PRETENDERE CHE LO STATO O CHI PER LUI CE LE DIA, anche perché di solito questo produce corruzione e disincentiva il miglioramento e lo sviluppo. A proposito. Lo Stato non deve salvare, tutelare, difendere imprese private (quelle pubbliche non dovrebbero neppure esistere.) Per ogni lavoratore salvato ce ne sono almeno due che non possono cambiare lavoro o non possono trovarlo perché le imprese efficienti (che sopravviverebbero sul mercato) sono costrette a sobbarcarsi i costi della tassazione o del debito necessari a salvare qualche lavoratore e qualche voto a chi lo salva. Premiare i peggiori a scapito dei migliori è il motto dei governi. Peccato che sia distruttivo non solo del libero mercato, ma soprattutto dell’economia di un paese.

13. Può succedere che non basti essere bravi o competitivi perché per i più svariati motivi e le più svariate congiunzioni astrali il mercato ti punisce: non compra ciò che offri o finisci in perdita o arriva qualcuno che produce le tue stesse cose a un prezzo inferiore, senza che tu possa arrabattarsi tanto, magari perché svolgi lavori a basso valore aggiunto o poco qualificati. Non ti resta che cambiare, specializzarti, cercare di riqualificarti e ottenere dei vantaggi competitivi in settori in cui la concorrenza altrui è inferiore o meno qualificata. Qui lo stato può intervenire, soprattutto permettendoti la riqualificazione.

14. Se il governo mette una tassa sulle importazioni ne aumenta il costo e questo lo pagano i consumatori in termini di prezzo più alto, reddito disponibile inferiore nel caso di acquisto di quel prodotto, minore libertà di scelta a parità di condizioni. In questo modo il consumatore troverà più conveniente il prodotto interno, ma viene messo nelle condizioni di trascurare il fatto che lo stesso prodotto o addirittura uno di maggiore qualità potrebbe trovarsi sul mercato a prezzi più bassi. Il consumatore trascurerà così il fatto che una parte di reddito gli viene mangiata dal dazio e questo gli preclude degli usi alternativi, se acquista quel prodotto.. Anche in un libero mercato, il consumatore che preferisce spendere di più per un prodotto locale può farlo, ma in quel caso la scelta è sua e non imposta dall’esterno. Inoltre il consumatore, nel libero mercato, è consapevole dei costi legati alle sue scelte, mentre nel caso dell’imposizione di dazi ha delle informazioni, segnalate dai prezzi e dalle quantità, manipolate e fuorvianti. La sua scelta non è ottimale perché il governo ha deciso di premiare le inefficienze di pochi produttori scaricandone i costi su di lui.

15. Perché il governo acconsente a proteggere pochi produttori inefficienti danneggiando altri produttori concorrenti o i molti consumatori? Per acquistare consenso elettorale, tenendo presente che i danneggiati non si accorgono di esserlo e non sono coalizzati.

16. Il governo può limitare le quantità di beni importati attraverso delle quote. Di solito questo crea mercato nero e contrattacchi protezionistici: se tu limiti le importazioni di pannelli solari cinesi, la Cina può limitare le tue esportazioni nel suo paese di mozzarelle o di vino o di macchinari industriali, per esempio. Inoltre se limiti le importazioni, i cittadini di quei paesi che non possono più vendere i loro prodotti a te non potranno nemmeno avere i soldi che tu gli avresti dato per comprare i tuoi prodotti e quindi favorire le tue esportazioni. Ognun per sé, però, non è efficiente, e rende tutti più poveri. Ci sono meno scambi, meno aperture, meno formazione di reddito globale. Lo scambio delle rispettive specializzazioni è vantaggioso per tutti. Lo scambio incentiva la cooperazione. Le protezioni incentivano le guerre.

17. A fine Ottocento Mc Kinley alzò i dazi sulle merci che arrivavano alla dogana (il modo più semplice per avere entrate fiscali) ma questo fece sì che i commercianti americani si sentissero legittimati ad alzare i propri prezzi su tutto, dato che non c’erano che loro come scelte possibili. I dazi erano una tassa sulle necessità di vita.

18. Spirali protezioniste hanno fatto da prodromo alle due guerre mondiali. L’aumento dei dazi del presidente Hoover nel 1930 ha aggravato la depressione del 1929. Tutti gli Stati iniziarono una gara a chi era più autarchico e protezionista.

19. Vale il teorema della simmetria di Lerner: un dazio sulle importazioni equivale di fatto a una tassa sulle esportazioni. Tassare le merci in entrata equivale a tassare le merci in uscita. Se produciamo cravatte e occhiali, ma soffriamo della concorrenza estera in cravatte e invece esportiamo a volontà gli occhiali, cosa succede limitando le importazioni di cravatte? Che il loro prezzo potrà essere tenuto più alto e la produzione di cravatte diventerà remunerativa. I fattori di produzione si muoveranno verso di essa e il produttore di occhiali dovrà pagare di più i fattori per tenerli a sé. Quindi il costo degli occhiali aumenterà, e con esso il prezzo, facendo sì che le esportazioni si ridurranno. Non possiamo sapere cosa succederà alla fine e non è importante saperlo: il fatto è che non esiste un prodotto che sia “preferibile” produrre qua anziché là e viceversa.

20. Ammettiamo comunque che sia possibile fare tutto in casa: sarebbe anche conveniente? Probabilmente no. Come dice Adam Smith forse è possibile produrre il vino in Scozia, magari in serra, di qualità analoga a quella dei vini del Mediterraneo, ma a un costo superiore di trenta volte quello che si sosterrebbe con l’importazione. Quindi non è conveniente e ricordiamo che se anche volessimo sostenere quel costo, avremmo una riduzione di reddito disponibile per altro e quindi una minore disponibilità totale di beni e servizi. In altre parole avremmo una povertà maggiore, con l’autosufficienza.

21. Contingentare le importazioni non fa altro che aumentare la scarsità di un bene. Teniamo anche presente che è raro che tutta la filiera di produzione avvenga in un solo Paese. Per produrre una matita si parte da materie prime, lavoratori, macchinari, processi produttivi vari che non avvengono o non si trovano in un solo Paese. Tutto questo non è stabilito dall’alto e tutto questo sistema di scambi forma il mercato, che porta, per sua natura, alla cooperazione tra gli attori coinvolti, poiché ciascuno ha da guadagnare se la sua fase nel processo non viene interrotta. Questo, invece, accade, se l’attore che dovrebbe svolgere la fase precedente o quella successiva non può partecipare allo scambio a seguito di misure protezionistiche o se qualcuno degli attori è costretto a sostenere costi più alti.
Le componenti di un prodotto, anche quelle immateriali e ideative, sono il risultato di una catena di scambi che avviene tra più paesi. Limitare una di queste transazioni significa comunque scaricarne il prezzo sul consumatore.

22. Dal libro: “Voltremont.”: “Che il protezionismo sia la soluzione a tutti i mali economici di un paese lo ripetono da almeno trecento anni, a cadenza periodica, pseudointellettuali, economisti falliti e politici ambiziosi di varie razze. Chissà perché, l’idea che lo scambio possa essere mutuamente benefico a coloro che lo attuano sembra essree dura da assimilare. Perché mai le regole che valgono per una famiglia non dovrebbero valere a livello di interi paesi? Nessun avvocato milanese trova ragionevole pensare di allevare una mucca per dare il latte al figlio e di scavare la terra del giardino a Courmayeur in cerca di minerale di ferro per poi costruirsi la bicicletta. A tutti pare ragionevole che qualcuno si specializzi nel fare biciclette per venderle agli avvocati milanesi. Perché questo semplice principio non dovrebbe valere nello scambio tra nazioni? Nessuna persona ragionevole che comprenda i concetti di divisione del lavoro, specializzazione e scambio può negare il loro ruolo benefico nell’aumento della qualità della vita di una moltitudine di persone.”

23. Se gli agricoltori non si lamentano dell’olio tunisino, si lamentano del pomodoro marocchino. Cambino mestiere! A questo serve il mercato: a togliere di mezzo chi non sa competere. Il giudizio spetta ai consumatori. Sta ai produttori convincerli che sono meglio loro.

24. Perché lasciare nella povertà i marocchini? Aiutarli a casa loro o migliorare le loro condizioni di vita richiede l’apertura dei mercati. Dazi e sussidi, peraltro, aiutano pochi produttori italiani, ma danneggiano tanti altri (compresi quelli dove si ha un vantaggio comparato) e i consumatori.

25. Per favore, se volete, le protezioni e i dazi dei vostri prodotti e non volete importare quelli altrui (e invece esportare i vostri, magari), non parlate di fame nel mondo o di povertà. Lo scambio, la specializzazione, la competizione fanno accrescere il reddito delle persone e possono migliorare le proprie condizioni di vita. I paesi poveri sono quelli meno aperti ai mercati e più corrotti. Impedire ai paesi più poveri (e anche ai loro lavoratori) di esportare ciò che anno, significa volerli lasciare in condizioni di povertà.

26. Quando i beni low cost arrivano da voi potete avere anche bassi avanzamenti di reddito, perché molti prodotti costano meno di quanto sarebbero costati se fatti in casa con produzioni più costose o inefficienti. Questo permette che abbiate più reddito disponibile e più possibilità di scelta. Certo che ci sono svantaggiati: sussidi temporanei e formazione per riqualificarsi possono aiutare. Oppure l’autoassicurazione.

27. Nei paesi occidentali l’agricoltura è pesantemente sussidiata. Il reddito degli agricoltori deriva in larga parte dai contributi pubblici. I sussidi determinano anche ulteriori problemi. Per esempio lo spreco di acqua, vedi California. Per esempio la deforestazione, vedi Amazzonia. Per esempio la fame e la povertà di intere popolazioni che non possono esportare i loro prodotti e dipendono dagli aiuti esterni.

28. Obbligare alcuni ristoratori del centro di una città ad avere il menu imposto è una limitazione alla libertà di scelta. Può essere che favoriscano un certo tipo di turismo, quello di nicchia dei radical chic. Quando vi troverete di fronte a prezzi esagerati e a scarsa scelta, non lamentatevi, però. Oppure andate a mangiare in periferia o in altre città. Le protezioni incentivano le fughe verso altri lidi.

Per i punti dal 14 al 21 vedi anche il libro di Alberto Mingardi: “Perché il libero mercato ha ragione anche quando ha torto.”

Alcuni punti sono scaturiti dalla lettura di notizie come queste:

  1. L’UE rimuove temporaneamente i dazi sull’importazione di olio dalla Tunisia.
  2. La giunta comunale fiorentina emana un regolamento secondo cui i nuovi ristoranti del centro dovranno avere il 70% di prodotti tipici. La definizione di “tipico” e le eventuali deroghe saranno stabilite da un gruppo di imperatori burocrati pagati dai contribuenti chiamato Commissione Per la Purezza Della Razza.
  3. Il Consiglio Comunale di Asciano intende assegnarsi dei diritti di autore sul paesaggio.
  4.  I poveri agricoltori siciliani (una volta chiamati dallo stesso giornale caporali o schiavisti, magari) si lamentano dell’invasione di pomodori magrebini.

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