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Lo stupore delle prese elettriche

Quando i sussidi alle rinnovabili rendono non sconveniente il petrolio

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Boldrin in un commento su nfa in merito al mancato aumento prezzo del petrolio che era dovuto anche agli incentivi alle rinnovabili.

“Il modello superfisso è il prodotto di menti evaporate, giustissimo. Ma

1) I fattori fissi nel breve periodo ci sono ed alcuni son più fissi di altri.

2) Quando c’è più gente che mangia, i beni naturali costano di più.

3) Quando c’è più gente che lavora, i beni riproducibili costano di meno.

Le risorse naturali ed i prodotti agricoli sono fissi per antonomasia, almeno nel breve periodo. La loro offerta non si muove rapidamente e le innovazioni tecnologiche che permettono di risparmiare sul loro utilizzo non avvengono dalla mattina alla sera. I dati degli anni ’70 mostrano che è solo dopo il secondo salto in alto dei prezzi del petrolio che si osserva una generalizzata riduzione nello “energy input” (quantità di petrolio e sostituti per unità di valore aggiunto) nell’industria occidentale. Non vedo come possa accadere diversamente questa volta.

L’aumento del prezzo del petrolio, d’altra parte, è il necessario strumento attraverso cui il segnale di scarsità arriva: se non aumenta, a chi diavolo conviene spendere soldi per risparmiare nel suo uso o per produrne di piu? Ora, che i sussidi abbiano creato il menzionato effetto “sostituzione” dal lato della produzione non ci piove. Se non ci fossero stati sussidi il petrolio costerebbe di più ed il cibo di meno. Come minimo hanno distorto i segnali che il mercato avrebbe mandato, diminuendo gli incentivi a risparmiare sul petrolio. Male.

Cina ed India domandano materie prime, ed ovviamente i prezzi delle medesime crescono sia nel breve che nel lungo periodo (mai scordarsi che i costi di ricerca per innovare e ridurre consumi di petrolio costi sono, e che l’extra produzione di petrolio è pure costosa: there is no free lunch, NEVER!). In cambio producono beni riproducibili in grande quantità, riducendone i prezzi. Questo è lo scambio, nel lungo periodo. Nel breve periodo tutto è più complicato e, come sottolinea per esempio Alessio, la crescita cinese ed indiana può far danno ai paesi più poveri perché aumenta il prezzo delle materie prime sproporzionatamente ai benefici che questi ricevono. La strada della crescita non è né monotona né monotonicamente “pareto improving”, su questo non ci piove proprio. Per questo ho sostenuto e continuo a sostenere che nel processo di crescita e globalizzazione vi sono interessi in conflitto che vanno gestiti politicamente.

Comunque, tutto questo ragionamento non è, come dicono qui, neither here nor there. Pur considerando io la “cultura” come un bene pubblico su cui, assieme agli altri beni pubblici che gli immigranti consumano, vanno definiti dei diritti di proprietà e dei “transfer prices” ed avendo, quindi, una visione meno aperturista dell’immigrazione di quanti altri abbiano – nessuno di certo può accampare diritti speciali sulle fonti di energia. Queste sono dove sono, quindi proprietà di chi ci si siede sopra, e chi vuole se le compra. Protestare per i prezzi relativi delle materie che crescono “per colpa dei cinesi” e della globalizzazione è semplicemente demenziale: senza globalizzazione saremmo ancora con il gas dell’AGIP di Fiorenzuola!

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