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there is no life b

Ma scrivi un po' cosa ti pare

Run, baby, run

“L’hai fatta la cacca?” Alle sette di mattina dell’ultima domenica di novembre, Katia, una delle ragazze del gruppo di corridori di cui faccio parte, mi accoglie così nella hall dell’Hotel Michelangelo, a Firenze, dove avevamo appuntamento per prepararci in attesa della partenza della maratona.

Io scuoto il capo e sospiro mentre mi avvicino a lei, che si è rimessa a sedere su un divano. “Ti senti pronta?” Le chiedo sedendomici accanto e prendendo dal tavolino di fronte il Corriere della Sera.

“Sì, sì. Non mi hai risposto.”

“No. E non lo faccio nemmeno. Comunque ho fatto una colazione eccezionale: due fette di pane integrale con marmellata, una fetta di prosciutto, tre noci, una fetta di formaggio e un bicchiere di latte.” Butto il giornale sul tavolo. “Basta! Non ci si può innervosire a leggere le notizie di prima mattina.”

“Cosa hai letto?”

“Niente, niente.”

“Ohi ohi! Attento a non finire come a Bologna! Mi piegherei in due dal ridere.” Allude alla mezza maratona svoltasi due mesi prima, quando non rispettai la regola di correre a scorte piene, ma a stomaco vuoto, e prima di rischiare di svenire dovetti entrare in un bar e andare in bagno.

“Sì, sì. Tu cosa hai mangiato?”

“Io ho preso un po’ di frutta secca, un pezzetto di parmigiano e una tazza di latte con biscotti integrali.” Katia continua a guardare un po’ me, abbassando la testa verso la sua sinistra, e un po’ la porta d’ingresso, alzandola verso destra.

“Va bene, va bene.” Mi stiro e becco una gomitata sulle costole da Katia.

“Oh. Ecco Laura!” Esclama indicandola col braccio teso.

Una donna che nella vita fa la ricercatrice universitaria e che ha iniziato a correre, dice lei, per trovare un motivo che la facesse sopravvivere a Firenze dopo essersi trasferita da Milano, si muove a passo svelto verso il divano, dove si butta a peso morto. Coerentemente alle previsioni del tempo e al cielo azzurro visto uscendo di casa, indossiamo tutti una maglietta tecnica a maniche lunghe e pantaloncini corti, a parte un maglione che serve a proteggere dal freddo e che butteremo ai lati della strada subito dopo essere partiti.

Laura è rigida, tiene le braccia lungo il corpo, le mani sulle cosce e le gambe strette. Trema visibilmente, anche dopo essere stata dieci minuti in hotel e avere rifiutato schifata un caffè. Ripete frasi del tipo: “Non ce la faccio. Non sono preparata.” Nessuna parola sembra sollevarla dalla tensione. Katia ha la soluzione, però. “Oh. Andiamo a correre e a fare stretching, così ci si riscalda.”

“E Silvia?” Faccio io.

“Ci raggiungerà. Manca un quarto alle otto. E’ in ritardo.” Risponde Katia. Laura annuisce e sorride. “Un quarto all’otto! Com’è che non hai parlato in fiorentino? Devo ottenere il certificato per il livello intermedio: usate il vostro dialetto, se no come faccio a impratichirmi?” Io e Katia ci mettiamo a ridere.

Usciamo e siamo nella folla. “Aiuto!” Dice Laura ridacchiando. “Farò una figura di merda con tutte queste persone!”

“Vien via! Smettila!” La rimprovera Katia dandole uno strattone al braccio sinistro.

“Ecco, brava! E’ bellissima tutta questa gente.” Intervengo io.

Parteciperemo in quindicimila. Attorno a me vedo gente vestita con mille colori, gente che si impomata e si incerotta, gente che fa stretching, gente che corre per riscaldarsi i muscoli, gente che corre perché fa freddo, gente che si saluta, gente che indossa costumi o maschere come se fosse a Carnevale. Leggo sulle magliette scritte motivanti o divertenti come “Run like you’ve never run before.” Oppure “Io corro per bere.” C’è chi parla di ritmi, di tempi, di obiettivi, di emozioni o di sensazioni, ma sento anche frasi come “Corro per non ammazzare mio marito” e mi metto a ridere. Come in ogni maratona di livello internazionale, per di più in una città come Firenze, si ascoltano più lingue.

Alle otto e mezzo, quando siamo già ingabbiati nel nostro settore assegnato in attesa della partenza, nei pressi della Biblioteca Nazionale, arriva Silvia, unica bionda del gruppo, che oltre a dedicarsi al podismo, fa parte di una squdra di calcetto femminile e tutte le mattine all’alba va a nuotare in una piscina sotto casa sua. “Scusate. Ho fatto tardi. Oh. Ho portato due gps e tre bustine con pasticche di carboidrati. Basteranno? E ce la farò a finire in tempo per vedere la partita oggi pomeriggio? E qual è il vostro obiettivo? Il mio è finirla.” Un attimo prima che io apra la bocca per dirle di calmarsi, anche perché saltella e si muove come una trottola, mi tira un pugno su un braccio e mi dice: “Oh. E’ bellissimo essere qui, con tutta questa gente.“

“Davvero!” Le rispondo. “Vorrei conoscere tutti.”

“Il solito esagerato!” dice Katia. Siamo uno accanto all’altro, o meglio all’altra, visto che sono l’unico uomo del gruppo presente in questa gara. Alcuni di noi, invece, hanno corso a Torino la settimana precedente. Laura è alla mia destra e si sta mordendo le unghie.

Più la partenza si avvicina e più sento i battiti del cuore aumentare e il corpo mettersi in tirare. Sbuffo e cerco di sciogliermi saltellando.

Mancano cinque minuti alle nove. Ci siamo.

“Tu non hai il gps?” Chiedo a Katia.

“No. Io ho un cuore.” Mi zittisce mentre guarda avanti. Oltre l’orizzonte. Silvia, intanto, dice qualcosa sottovoce a Laura, che si mette a ridere.

Gli altoparlanti diffondono musica motivante. “We are the champions.” Cantiamo tutti. Applaudiamo tutti. Finalmente si sente sparare il colpo di pistola che annuncia lo start. Appena tagliata la linea della partenza avvio il cronometro con gps che tengo al polso sinistro. Il pubblico ai lati muove le mani verso noi atleti come ad accompagnarci, urla, si complimenta, regge cartelli di incitamento. Ricambiamo i saluti e tutta la tensione e tutte le speranze le scarichiamo sul terreno. “Non ci avranno finché questo cuore non creperà. Di ruggine, di botte o di età.” Non so perché le gare mi facciano venire in mente le canzoni di Ligabue.

La strategia che avevo in testa, cioè partire a cinque minuti e quaranta secondi al chilometro, va a farsi benedire a causa di nugoli di uomini da superare perché vanno più piano di me. Cerco di aumentare il passo con gradualità, zigzagando tra gli altri atleti, e arrivo a tenere il ritmo desiderato. Laura è partita più lentamente. Katia mi ha seguito.

“Ohi ohi, non ci si fa. Si va troppo forte,” dice.

“Rilassati. Osserva la città, piuttosto.”

“Ma la conosco.”

“Ma scoprirai nuovi punti di vista,” mento, visto che qui non siamo in allenamento.

“Mah! Oh! Guarda Silvia! E’ già avanti. Sembra che sia partita per una dieci chilometri.” Katia procede con la sua andatura elegantissima. Mi sembra che nessuno corra tecnicamente bene come lei.

Nei pressi del sottopassaggio oltre la Fortezza da Basso guardo il fiume di persone e di colori davanti a noi. Stiamo occupando i viali al posto del traffico quotidiano. Il fatto che osservi quanto mi accade intorno più di quanto succede dentro di me è un segno che sto bene. Il motore gira e le ruote rispondono. Nel sottopassaggio i nostri battiti, i nostri respiri e le nostre urla rimbombano. Provo brividi di gioia a pensare di farne parte.

Lungo il percorso ci danno la carica gli spettatori attivi e incitanti, i bambini che danno il cinque, alcune bande musicali. A qualche incrocio ci giungono pure gli insulti degli automobilisti, come non succede mai all’estero, dove le gare sono feste per tutti. Ne ho fatte, ormai. Valencia, Vienna, Berlino, Amsterdam. Gli arrabbiati contro gli eventi sportivi di massa sembrano essere un’esclusiva del popolo italiano, come se si trattasse di una tara genetica.

Entriamo nel parco delle Cascine. Non mi sono reso nemmeno conto di avere già corso un quarto di gara. Sono sicuro che oggi realizzerò La Grande Impresa Di Riccardo da Raccontare A Tutti, compreso chi mi dirà che non vinco le gare perché le passo a prendere appunti. Saranno quarantadue chilometri di felicità.

Mi accorgo di essermi lasciato trascinare dall’entusiasmo della folla e da quello degli atleti. Sto andando più forte del previsto. Mi sforzo di rallentare. Katia non cambia passo. Per dieci chilometri non c’è traccia di spettatori. Ai ristori bevo solo acqua e sali. Ci sono anche dei biscotti e dei pezzi di frutta e di dolci, ma non voglio iniziare a sputacchiare briciole o a trasferire parte del sangue dai muscoli all’intestino. Mi unisco ad altri gruppi di atleti, soprattutto se di sesso femminile, per reggere un certo ritmo, ascoltare parole o battute, stare comunque in compagnia. E’ come condividere le stesse emozioni. Pur stando in silenzio.

Varco Porta San Frediano e trovo a sorpresa il nostro istruttore che mi fotografa e incita. Mi viene da piangere. Percorriamo luoghi bellissimi, pieni di storia, di arte, di luci e colori che si specchiano nell’acqua dell’Arno. Oltrarno, Piazza Pitti, Palazzo Pitti, i ponti e i Lungarni prima e dopo Ponte Vecchio.

Mi concentro sul ritmo regolare dei miei passi. Le ali di folla trasmettono entusiasmo. Accelero. Decido di dare anche più del massimo. In fin dei conti mi sono allenato bene, no? Ho corso sessanta chilometri buoni a settimana. Ho sofferto nei lunghissimi e in qualche ripetuta il cuore deve essere arrivato al limite. Che senso ha avuto tutto questo se non provo a superarmi?

Penso che con la felicità che proverò mi deciderò a cambiare lavoro, casa, nazione.

Sono galvanizzato. Sto reggendo il ritmo agevolmente e sorpasso molti atleti. Ho la mente lucida, le gambe girano abbastanza sciolte, respiro col naso. Inizio a vedere la maglia arancione di Silvia e quella viola di Katia davanti a me. Le raggiungo, le saluto e le invito con un dito a leggere la scritta “there is no defeat for the people who struggle” sulla maglia di cotone di una ragazza che, più che correre, balla. Alzo lo sguardo per vedere Katia, che sorride. Silvia stringe a pugno la mano destra e si porta un po’ avanti. Sentiamo le scarpe che battono sul terreno e i nostri respiri. Mi piacerebbe che arrivassimo insieme.

Poco oltre la Curva Fiesole dello stadio riconosco Barbara, amica milanese di Facebook con cui ci siamo conosciuti dal vivo il giorno prima. Piange perché è costretta a camminare dal dolore a una caviglia. Cerco di farle forza augurandole in bocca al lupo. Ringrazia.

Il cavalcavia di Piazza Alberti è davanti a noi. In salita forse dovrei rallentare, ma mi sforzo di mantenere lo stesso ritmo. Saluto un bambino che sventola una bandierina viola e sorride.

Entriamo nelle vie che conducono in centro. Katia e Silvia mi staccano. Mi accorgo di fare fatica a raggiungerle. Ci rinuncio. Provo ad avvicinarmi a una coppia. Si allontanano loro. Un uomo coi capelli bianchi, che potrebbe avere settant’anni, mi supera. Lo lascio andare. Sto iniziando a dondolare da una parte all’altra. Per poco non inciampo sul marciapiede. Abbasso la testa. Non riesco ad aprire i pugni. Muovo la spalla sinistra più avanti e più decisamente della destra. Gli occhi guardano per terra. Il sole adesso picchia sulla città. E’ novembre, ma a me sembra agosto. Sento le gambe sempre più dure e percepisco un passo molto più lento di pochi minuti prima, oltre a orde fameliche di atleti che mi sorpassano.

“Dai! Mancano dieci chilometri. Fai come se fossi all’inizio di una gara breve,” mi suggerisce una voce amica che proviene da dentro di me.“

“Soltanto che non è vero,” smentisce un’altra voce. Sudo copiosamente. Rinuncio a fare la corsa su chi è davanti e me ne frego di chi mi supera. Il pubblico è come se non esistesse più. Sto contando i chilometri uno a uno. Guardo il gps ogni trecento metri. Segna un ritmo di sei al chilometro. Non sarebbe male. Decido che l’importante è finire. Giro il cronometro dall’altra parte del polso, in modo che non sia visibile. Prendo una pasticca di carboidrati dalla bustina che ho in tasca. Sento una palla in bocca. Mi manca il fiato. Per non sbattere il braccio sinistro contro i colonnini lungo il marciapiede devo alzare la mano sinistra. Mi sento sballonzolare la pancia. Respiro affannosamente.

La parola “ritiro” mi martella la testa. In Piazza Santissima Annunziata mi fermo di botto e trasformo la corsa in un trekking urbano. Lento. Per fortuna quasi subito dopo vedo il cartello del trentaseiesimo chilometro. “Ehi! Ma non manca mica così tanto!” Ricomincio a corricchiare. Avrò camminato in tutto cinquecento metri. Un passo dietro l’altro e riparto, nonostante senta come delle punture al tallone ogni volta che appoggio il piede sinistro. Entro in Piazza Duomo da Via Cavour. Potrebbero essere le strade di una città qualsiasi, per come ho la vista annebbiata. So che la piazza è piena di gente grazie alle voci. Ne riconosco una, quella di Simona, una ragazza mora piena di fascino e dolcezza, sempre incasinata, ma molto combattiva, che corre con noi ed è ferma da due mesi per colpa di un infortunio alla bandelletta ileo-tibiale, una di quelle parti del corpo che conosci solo se sei un medico o un runner. Sento delle urla: “Vai! Non mollare! Fallo per noi infortunati che correremmo anche sui gomiti e ci tocca piangere perché siamo fermi! Pensa allo zen! Non mollare!”. Già! “Lo zen e l’arte della corsa,” il libro di Luca Speciani. Sussurro un “Grazie!” e un po’ di saliva mi cola sul mento.

Una strana carica di adrenalina sembra pervadermi. Mi concentro sui passi. Uno. Due. Conto di nuovo i chilometri che passano e quelli che mancano, ma adesso contarli mi fa forza. Una ragazza longilinea, coi capelli raccolti, che corre praticamente in costume, mi supera e la sua andatura è leggera. Mi fa alzare la testa. Sulla maglietta ha scritto, in inglese, che il dolore è temporaneo e l’orgoglio è per sempre. Ciondolando mi attacco al suo pettorale, cartaceo. Me ne rendo conto e ci metto quei secondi di troppo per staccarmi. “Come on!” Fa lei, sorridendo. Si invola e la perdo. Allo spugnaggio tuffo la mano nell’acqua delle vasche e mi bagno un po’. Improvvisamente penso a un piatto di spaghetti. E’ come se li avessi lì davanti a me. Tra le pietre del centro mi sembra di ribollire.

Leggo il cartello del trentottesimo chilometro e appare la leggiadria della corsa di Katia. La affianco, mi vede e mi dice che ha sentito la fatica e si è rotta le palle.

Mi sembra incredibile, ma dopo poco vedo anche Silvia, in Piazza Beccaria. La raggiungo e mi sussurra ansimando: “Grande!” Abbozzo un sorriso. “No retreat, baby. No surrender.” Stavolta è Bruce Springsteen a farmi da motivatore.

Riprendo a guardare il gps. Cinque e cinquanta al chilometro? “Se è vero è fantastico,” penso. Che è successo? Che abbia superato davvero un mio limite? Che abbia battuto l’acido lattico?

Il cartello dell’ultimo chilometro è una gioia per gli occhi. Nelle gare normali si ha la sensazione che il penultimo sia il chilometro più lungo e l’ultimo il più breve, ma qui è già da un bel po’ di tempo che le misure sembrano essere state cambiate da qualche Ente Che Vuol Far Soffrire Chi Corre. Un nuovo pensiero mi si fissa in testa: “Finirò alla grande!” Sento un brivido avvolgermi completamente e godo pienamente quel momento che dura per più di un minuto. “Ma voi avete iniziato adesso?” Staranno dicendo proprio a me e a Silvia, che siamo impegnati in un gioco di sorpassi e contro sorpassi? Dove sono finiti i dolori? Vedo di nuovo distintamente la gente. Batto un cinque a una mano che si sporge dalle transenne. Abbraccerei tutti gli spettatori. Silvia sembra un missile diretto verso il traguardo.

Eccomi in Piazza Santa Croce. Mi sembra che il cuore scoppi. Lo faccia pure. Chissà chi ha dato alle gambe la forza di fare lo scatto che sto facendo, ma soprattutto quella di recuperare qualche chilometro fa. Alzo gli occhi. Il tabellone segna quattro ore e cinque. Significa che il tempo reale è sotto le quattro ore. Tagliando il traguardo esulto mentalmente e spalanco la bocca per richiuderla in un sorriso a trentadue denti. Non faccio scene di giubilo, ma dentro di me sono stato poche volte così felice. Forse nessuna.

Silvia mi si fa incontro e ci abbracciamo. Anche lei ha superato ogni sua previsione. Vediamo il coach che ci fotografa. Che voglia cambiare mestiere? E’ tutto il giorno che fa foto.

Aspettiamo Katia, che arriva una decina di minuti dopo: “Che fatica!,” dice appollaiandosi mentre riprende fiato. “Io non le corro più le maratone.” Fa una pausa. “Però sono contentissima. Grazie.” Dopo avere mangiato e bevuto l’impossibile al ristoro finale salutiamo gli amici che riusciamo a vedere dietro le barriere che separano l’area dei maratoneti dall’area delle persone normali, come la chiama Laura, che ha chiuso la gara in quattro ore e quaranta e dice di avere delle ferite ai piedi, ma anche di essere veramente contenta.

Usciamo dall’area e vedo Simona. “Grandissima!” Le urlo quasi in lacrime.“Se ho finito alla grande è merito tuo.Se fossi fiscamente in grado ti salterei in collo.” Lei fa una risata che forse sentiranno anche a un chilometro di distanza.

“Grazie Ric, ma le gambe sono le tue.” Ride ancora e abbraccia tutti. “Oh! Appena mi riprendo dall’infortunio mi preparo per una maratona. Ho deciso.” Il mio tempo ufficiale è di tre ore e cinquantanove minuti. Silvia ci ha messo un minuto meno. Katia cinque minuti in più.

Ci incamminiamo verso la macchina di Simona, che ci offre un passaggio.

Intanto nelle strade intorno alla piazza alcuni si fanno fare i massaggi, alcuni vomitano, alcuni si buttano a terra, alcuni piangono, alcuni non si rendono conto di dove sono, alcuni si abbracciano, alcuni si riposano sdraiandosi per terra, alcuni baciano la terra, alcuni vengono portati via in barella, quasi nessuno cammina normalmente, moltissimi sorridono.

“Riccardo!” E’ una zoppicante Barbara a chiamarmi per dirmi di ringraziare il pubblico di Firenze, perché senza il suo supporto non sarebbe riuscita a finire. “Ho vissuto la più bella emozione della mia vita dopo la nascita di mia figlia.”

“Addirittura!” Esclamo mentre ci salutiamo scambiandoci due baci sulle guance.

Io, Silvia, Laura, Katia e Simona ci avviamo nuovamente verso la Punto verde della nostra autista, che si mette a ridere vedendo le contorsioni cui siamo costretti per entrarci. Mentre il cammino era stato lento e silenzioso, lì dentro non smettiamo di parlare, di ridere, di raccontare. Ci salutiamo e leggo la felicità negli occhi lucidi e brillanti delle ragazze.

Una volta a casa mi faccio la doccia, quindi mi butto sul letto e ripenso.

Ripenso a tutte le gare fatte, a tutte le amicizie costruite grazie alla corsa.

Ripenso che molti di noi hanno superato il blocco maratona. Ovvero: “io non la farò mai.” “Ho visto durante la mezza il cartello trentasette e mai e poi mai.” “Quasi quasi parto, ma poi al trentesimo mi fermo perché tanto so che non ce la fo.” “Non so se sarò di nuovo in grado di correre dieci chilometri, figuriamoci quarantadue.”   “Preferirei fare la salita di San Domenico all’indietro.” “Preferirei giocare a scopone scientifico con San Domenico.” “Piuttosto divento San Domenico e mi faccio nominare papa.”

Ripenso al messaggio, postato su Facebook, che Laura ci ha letto in macchina dal cellulare di Simona. Lei ce l’aveva dato per vedere se su internet si trovassero già i tempi ufficiali e qualche commento. “Se vuoi sapere come sarai tra dieci anni, guardati allo specchio dopo avere finito una maratona.” Silvia ha commentato: “Allora sarò felice.”

Ripenso al saluto finale di Katia. “Aveva ragione Zatopek”.

Già. Se vuoi vincere una gara corri i cento metri. Se vuoi provare un’esperienza di vita fai una maratona.

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