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there is no life b

Lo stupore delle prese elettriche

Come se fosse la prima volta.

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Il senso e il bello dello sport sono stati descritti magistralmente da Emanuela Audisio nell’introduzione al suo libro, che poi è una raccolta di suoi articoli, intitolato:”Bambini Infiniti.”

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L’introduzione è questa.

” E’ nei caldi pomeriggi d’estate quando tutto è immobile e tu batti e ribatti la palla contro il muro del garage. Quando non sei ancora grande e non sei più piccolo. Quando ti metti a palleggiare nel cortile, a correre in giardino, a scattare sul marciapiede. Avanti e indietro, con ossessione. Quando sei solo. Ma senti il fiato di un avversario invisibile. Quando il mondo dorme, stremato. E suda. Quando tu sei sveglio, pieno di frenesia. E non senti il sole che scotta. Quando scompare il garage, il cortile, il marciapiede. Quando i confini si deformano, si allargano, si travestono. E tu non sei più lì. Sei a Wimbledon, al Maracanà, al Tour, nell’Nba, al Madison Square Garden, nella finale olimpica più importante. E c’è la folla, che ti guarda. E dài, ancora un colpo, ancora uno sprint, ancora un tiro. E’ in quel momento magico, delirante, tirannico. Quando non sei mai stanco, quando pensi che non ti arrenderai ai draghi. Quando hai la lingua di fuori, ma non hai paura. Quando non sai che significa vincere, perdere, vuoi solo giocare, giocare, giocare. E’ lì che ti prende il sentimento confuso che nulla può finire, che sopravviverai alla terra. Quando alzi le braccia sul traguardo, che esiste solo per te. E’ in quel momento di puro sport, di prima piccola immortalità, di denso piacere.
Hai incontrato l’infinito.
Non c’è niente come lo sport che ti dica in tempo reale chi sei. Quanto vali. E ti sprema i sogni per farne uscire il succo. Anche e soprattutto quando non hai l’età. Lo sport consente quello che famiglia, scuola, società non permettono. Ti fa essere. Tu lo adoperi per uscire dalla fame, da una vita misera, da un ambiente che non ti piace, dalla timidezza, da un disagio fisico, psicologico, sociale. Perché vuoi di più, perché vuoi altro. Lo sport ti risponde, ti asseconda, ti aiuta. Ma tu cambi, cresci, pretendi. Il tuo infinito ora è pieno di cose. Lo puoi cavalcare con leggerezza, con qualche trucco, con divertita saggezza. O ci puoi naufragare, perché nulla ti basta più. Diventi rancoroso, famelico, bulimico. Esigi che lo sport nutra il tuo buco nero, quel senso di inadeguatezza che non se ne va, quella patina di noia che rende tutto senza senso. Vuoi tutto, mangi troppo. La tua digestione diventa difficile, il tuo talento obeso. Se ti va bene, vomiti. Se ti va male, scoppi. Lo sport non è più un mezzo per rivelare subito, ora, chi sei. Ma uno strumento che ti deve ricompensare delle mancanze, delle assenze, di quello che non hai avuto. Cominci a usarlo come arma retroattiva, non funziona. C’è un tempo per tutto e non è facendo male agli altri che ti vendichi di quello fatto a te.
Non diventi ricco comprando le cose dei ricchi.

Ho mangiato un gelato con Tyson, a casa sua a Las Vegas. I vicini si lamentavano delle tigri in giardino. Per gli interni l’arredatore aveva scelto di giocare sul bianco e nero. Il divano era bianco, il tappeto era nero, le sedie erano bianche, il tavolo nero. C’era un pianoforte a coda, perfetto per l’armonia dell’ambiente. Ma Tyson non ha mai saputo suonare. Sempre a Las Vegas ho visto il peso massimo Mike Dokes uscire dal ring, a torso nudo, tutto sudato, e buttarsi addosso una pelliccia di visone. A Buenos Aires ho visto Maradona giocare la sua ultima partita nello stadio del Boca, dire addio a 353 gol, solo 6 con il destro. Diego si trascinava sul campo come un pinguino. L’ho sentito urlare: “Io sono sporco, ma il calcio è pulito”. Piangeva, piangevamo tutti.
Per la bugia, per la verità, per la residua innocenza che hanno solo i grandi peccatori.
A Roma nell’87 ho incontrato alle tre di notte Carl Lewis, camminava a piedi per Parioli continuando a scuotere la testa e a dire “non è possibile”. Era appena stato sconfitto sui 100 metri da Ben Johnson. A Seul nell’88 ho visto lo stesso Johnson fuggire, drogato marcio, sotto gli sputi di chi gli aveva appena preparato la torta per il record. Ai giochi di Atlanta nel ’96 ho aspettato i maratoneti al traguardo. Ho visto arrivare un povero corpo, un fagotto nero, imbrattato dalla sua crisi intestinale, che continuava a correre, gli occhi pazzi di dolore. Basta, basta, gli facevano cenno i giudici. Ma lui si liberava e riprendeva. Per fermarlo gli si sono buttati addosso in cinque. Ai mondiali di atletica di Siviglia nel ’99 avevo la camera d’albergo di fianco a quella di Maurice Greene, l’uomo più veloce del pianeta. Credo che in quella notte di vigilia Greene abbia corso nella sua stanza tutti i 100 metri del mondo. Radio alta, Tv a tutto volume, sbattere di porte, telefonate, rumore di cartoni animati, di chi faceva capriole e si arrampicava sui muri.

Non so quali infiniti cercassero tutte queste persone. Non so nemmeno se Leopardi sia stato sincero. So che ogni volta allo stadio, prima della partita, della gara, prima che qualcuno si butti o scatti o entri in campo, proprio l’attimo prima che tutto cominci, è come se fosse la prima volta.
Come se tutto dovesse ancora capitare. E fosse un purissimo gioco da bambini infiniti.”

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