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there is no life b

Lo stupore delle prese elettriche

Voi, i parassiti degli anni settanta.

Eravate convinti che esistesse la possibilità dell’opulenza per tutti senza che questo comportasse qualche sacrificio o qualche rinuncia. La società deve liberarsi, pensavate. Rivendicavate, chiedevate, pretendevate diritti, soldi e potere senza dare importanza ai meriti, senza accettare o capire che quei benefici si possono avere pagando o lavorando. Discutevate per delle ore sui bisogni, chiamandoli diritti, e per niente sui doveri o sui mezzi per soddisfare quei bisogni.
Creavete migliaia di organizzazioni sul modello di quelle del partito comunista, imbastivate dibattiti collettivi per dare visibilità e potere a un leader. In tutti i vostri gruppetti di nullafacenti intellettualoidi, generalmente anche figli di papà, parlavate di nuove forme di politica e di stato, ma stavate ben attenti a stabilire dei ruoli e delle gerarchie. Combattevate un potere per prenderne il posto? O volevate semplicemente partecipare allo stesso banchetto?
Eravate proprio voi a pensare che lo sviluppo fosse infinito su questo avete rivendicato delle riforme senza tener conto dei costi che sarebbero poi gravati sulle generazioni successive: in pensione presto e bene, salari maggiori e indipendenti da merito e produttività, scatti di anzianità, massicce assunzioni pubbliche, istituzione di ulteriori centri di spesa come le regioni. Queste ultime avrebbero dovuto essere formate da personale ex statale, secondo la legge, ma sapevate benissimo che non sarebbe stato così. Avete iniziato a chiedere posti di lavoro pubblici non per fornire servizi, ma perché secondo voi il compito dello stato era quello di garantire un lavoro e soprattutto uno stipendio a tutti per sempre e senza nessuna correlazione col merito, la produttività, l’impegno, la necessità del servizio, la sua efficienza. Non avete posti limiti all’ iniezione di insegnanti e all’assunzione di dipendenti di enti locali. Con la scusa di fare dello stato il salvatore dei posti di lavoro, avete lasciato che lo stato rubasse i soldi ai contribuenti e ai risparmiatori e che rubasse il futuro a chi non era ancora nato per salvare o nazionalizzare quelle grandi industrie con cui potevate coltivare relazioni politiche e magari trovare una poltrona ben remunerata e molto comoda.

Avete destinato le industrie pubbliche ad assorbire personale e non a fare profitti, avete lasciato deragliare la spesa pubblica e avete deciso che fosse buona cosa finanziarla in deficit, anche quando negli altri paesi le teorie a cui facevate forse riferimento venivano messe sotto accusa soprattutto dai fatti. Voi siete passati sopra anche alla stagflazione: pagherete caro, pagherete tutto. Lo urlavate alle generazioni future, oppresse da quella pressione fiscale e da queli avanzi di bilancio necessari a riparare le voragini che avete creato.
Dato che il giornale nato per farvi crescere a modo suo, La Repubblica, era contro di voi quando chiedevate di potervi laureare in dieci anni senza meriti, avete fatto una manifestazione per bruciarlo (le proteste di piazza vi riuscivano: potevate metterci su un business.)
Avete conquistato quello che volevate: il potere politico e mediatico. Avete sottomesso la cultura, i posti di potere nella cultura li avete presi voi. Siete ovunque e non vi schiodate. Parlate da maestri del nulla, sempre sopravvalutandovi. Ci vorrebbe una bella patrimoniale solo per voi e per i vostri eredi, affinché paghiate qualcosa anche voi nella vostra vita. Il vostro film dovrebbe intitolarsi:”Mantenuti da sempre.” Mantenuti da altri contro la loro volontà, però. che paghino anche loro. Mantenuti a vita dalle generazioni precedenti e future. Intanto gli operai veri, non voi, lavoravano, molti diventavano imprenditori autonomi e nasceva la terza Italia, che produceva, anche in barba ai costi fiscali e sindacali, e teneva a galla il paese reale che se ne infischiava anche delle vostre leggi e delle vostre riforme, a meno che non servissero a ottenere qualche privilegio o qualche soldo o qualche pensione o qualche alloggio popolare o agevolazioni sulle tariffe di beni pubblici o qualche secondo reddito da non buttare certo via (l’operaio Fiat che si mette in malattia e non può essere licenziato e poi lavora a nero come riparatore di tv, per esempio.) Il guaio è che le vostre riforme, leggi, leggine, comprese quelle sullo stato sociale, non hanno fatto altro che creare discriminazioni. Siamo sicuri che le vostre riforme non abbiano avvantaggiato più i furbi o i più ammanicati invece che veri bisognosi? Non è che di questi ve ne fregavate solo se potevate usarli per conquistare consenso elettorale o poltrone o soldi? Soldi per voi. Briciole per loro.

IN ALTRI TERMINI
La generazione sessantottina voleva tutto e subito: l’impiego sicuro, la casa a equo canone, la pensione presto e bene, i servizi pubblici locali gratis, la salute e l’istruzione gratis, basando le proprie richieste sull’idea che la spesa pubblica sia sempre produttiva.
A ripianare i conti ci penserà lo sviluppo, la crescita del pil, pensavano. Ogni spesa pubblica porterà pil aggiuntivo e con quello sarà coperta, dicevano.
Il deficit come regola di vita.
Le rivendicazioni di diritti e le rivendicazioni di categoria erano portate avanti da chi riusciva ad avere più voce, cioè da quasi tutti, tranne chi non era ancora nato, e soprattuto dal settore pubblico e dalle grandi imprese private. La politica, debole, corrotta e clientelare, assecondava.
Non si giungeva certo così alla redistribuzione sociale. Con la forza si accedeva alla spesa, con le rivendicazioni organizzate si vedevano riconosciuti diritti e privilegi, col controllo della produzione culturale si faceva credere che ciò fosse necessario per il riscatto dei deboli. SI premiavano soltanto coloro che possedevano quelle forze. Gli squilibri si confermavano o ne nascevano altri: si creava la divisione tra privilegiati ed esclusi.

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