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Lo stupore delle prese elettriche

Un po’ di cose sullo spread, sui titoli, sui tassi e sugli stipendi pagati in titoli di stato

 

Alla fine lo spread non è altro che il differenziale di rischio di default tra il tedesco rigido e noioso e l’italiano un po’ farfallone.

Se vogliamo emettere titoli in cambio di soldi (soldi che, a quanto pare, ci servono) dobbiamo dare più o meno interessi a scadenza a seconda delle circostanze e quindi a seconda di quanto il compratore valuta i nostri titoli, soprattutto in termini di ricevere nuovamente il capitale investito. E’ lo stesso funzionamento di chi ti vende qualcosa che non riesce a vendere (i motivi per cui non ci riesce possono essere molteplici) e di cui non sei tanto convinto e, pur di fartelo acquistare, ti fa un forte sconto sul prezzo (quindi erodendo il proprio margine o addirittura rimettendoci).
Non viviamo in una bolla. In un sistema chiuso. Viviamo in un sistema aperto dove si negozia di tutto compreso il debito pubblico.
Chi possiede i titoli (che non sono 4 gatti ma miliardi di persone e allo stesso stato italiano CONVIENE che tanti comprano i titoli sennò se li sogna le spese che sostiene) ha solo un interesse: il rendimento garantito. Garantito dall’inflazione, dalla capacità dell’emittente di produrre flussi di cassa sufficiente e da altri rischi.

Inutile che uno si strappi i capelli: se lo stato italiano non garantisce questo i detentori VENDONO.
E non puoi farci nulla se non inventarti storie di complotti

I debiti, inoltre, li abbiamo fatti da soli, non ci ha obbligati assolutamente nessuno. Nemmeno arrivare ad avere uno dei debiti pubblici più pesanti del mondo è frutto della bontà d’animo degli italiani. Ovvio che se salta l’Italia gli va dietro tutta l’Europa, e forse un pezzo di mondo, ma il default avrebbe effetti catastrofici per gli italiani, innanzitutto.

Comunque, spread o non spread, ciò che è molto discutibile è mandare il debito fuori controllo e mettere in crisi un paese, perché il gatto e la volpe possano pagare le loro folli promesse elettorali. Ricordo che le difficoltà di oggi sono nate esattamente in questo modo: perché negli anni ’70 e ’80 qualcuno ha pensato che tanto il problema sarebbe stato di quelli che venivano dopo. Siamo noi quelli che sono venuti dopo e che ora devono pagare i conti.
Aumentare il debito forse dà qualche sollievo nel breve termine, ma nel medio-lungo può solo peggiorare le cose. Non è questa la strada per risanare il paese. Un paese con ancora gravi problemi di corruzione, evasione e economia sommersa, ma anche produttività e crescita ferma da vent’anni e una burocrazia farraginosa che soffoca tutto. Non facciamo le vittime, perché non lo siamo. La maggior parte dei nostri problemi li abbiamo creati noi. Peraltro i “cattivi” tedeschi sono il nostro primo mercato di esportazione
Se lo stato italiano non garantisce i rendimenti la colpa non è di chi detiene il debito.

Alla fine vince chi sa gestire bene e soccombe chi invece non è lungimirante
Gli eletti e i governanti, sotto mandato degli elettori (se vogliamo), stanno giocando con le sorti di paese, con gente vera. Non è una partita a Risiko. Inoltre: quanto è etico continuare a accumulare miliardi di Euro di debiti per regalare soldi in Italia per comprarsi i voti?

Detto en passant. Il problema è la produttività. Ce ne è traccia sul documento? Manco nell’anticamera del cervello
In tutto il mondo c’è chi sa giocare bene con le politiche fiscali e monetarie e riesce a finanziare servizi di welfare e c’è chi come noi non è capace di farlo.

Detto per inciso. Svalutare significa rubare, e questo magari piace a tanti italiani. Significa anche che il proprio reddito vale meno. Chi dice che vuole svalutare è come se dicesse che vuole che il suo stipendio venga tagliato.
C’è chi dice che chi crea valore dovrebbe essere obbligato a dare soldi a chi non lo crea. Il primo potrebbe anche smetterla di creare valore se sa che gli viene derubato. Perché il secondo non dovrebbe crearlo pure lui, poi, è un mistero.

Insomma. La questione dell’indebitamento è semplice. Sei affidabile e quindi garantisci la restituzione dei soldi? Pochi interessi. Non lo sei? Spiacente amico, se vuoi i miei soldi in cambio della tua carta, mi paghi qualche spicciolo di interesse in più.

Gente che dice corbellerie su debito, Europa e interessi si sente ovunque. Non capiscono, non si rendono conto di cosa parlano, ma soprattutto non hanno idea delle disgraziate conseguenze che tutto il paese pagherebbe.
E fissare per legge un tasso unico per i titoli? Il problema è che se fissi il tasso ed è troppo basso, nessuno ti presta i soldi. E se nessuno ti presta i soldi, come fai a pagare i debiti in scadenza, o semplicemente stipendi e tutto il resto della spesa pubblica?
Le nazioni possono forzare le persone a cacciare il grano. Se è fatto gentilmente si chiama tasse, ma in passato c’erano metodi anche più spicci. Il fatto è che in passato le tasse non bastavano e lo stato ha deciso di indebitarsi chiedendo a prestito dalle stesse persone a cui faceva pagare le tasse. Non ci possiamo fare niente. L’unica cosa sarebbe non restituire i soldi a chi li ha prestati. Si può fare: per i pizzicagnoli si chiama fallimento o bancarotta, per lo stato si chiama default.
E la monetizzazione? Se monetizzi e il debito è poca roba, puoi farla franca. Un debito grosso come il nostro monetizzato (anche ammesso di avere ancora la lira per poterlo fare) andrebbe in inflazione. Sarebbe un modo per tassare in maniera indiretta, ma altrettanto efficace, chi non può rinegoziare i salari.

Il mercato non ha un anima ma è guidato solo da principi utilitaristici quindi bisogna gestirlo bene. Il mercato sono milioni di risparmiatori e investitori, italiani compresi, pensionati compresi.
C’è chi vorrebbe obbligare la gente o i fondi pensione o le banche a comprare o tenere o non vendere i titoli di stato e tacere. Ciò avrebbe delle conseguenze: se quei titoli perdono valore, tutti questi soggetti hanno meno possibilità di prestare soldi, pagare pensioni, comprare ciò che serve per vivere, investire in modo più efficiente.
C’è chi dice che gli stipendi potrebbero essere pagati in titoli di stato. Così, dicono, il mercato resterebbe fregato. A parte che il mercato sono anche i risparmiatori e quindi anche i lavoratori, chissà contento il panettiere che si vede pagare in btp o l’operaio che vede il suo stipendio pagato in btp. Più che altro chissà contenti quando si accorgono che il valore di quel che ricevono è più basso di prima. Il panettiere potrebbe alzare il prezzo dei btp che riceve, a quel punto. L’operaio potrebbe chiedere un adeguamento degli stipendi, che si sono tagliati. Qualcuno ricorda il periodo della scala mobile? Ecco. Non era un bel periodo.
Insomma c’è chi dice che vuol pagare i medici/insegnanti/operai/netturbini/poliziotti in titoli di stato invece che in moneta sonante. Si può fare, devi convincerli ma si può fare. Se sei onesto e dimostri di poter ripagare, è come se li pagassi in moneta. Se sei disonesto, gli stai tagliando lo stipendio in maniera sofisticata.
Anche se lo Stato ti paga in titoli, tu non puoi mangiare la carta degli euro o dei titoli: devi andare dal panettiere per scambiarli con del pane. Il panettiere ti dà il pane in funzione di quanto si fida di quello che gli dai in cambio. Se gli dai l’oro, ok. Se gli dai gli euro, vabbe’. Se gli dai dei titoli che boh forse ripagheranno o forse no, ti dirà “Io il pane te lo do, ma di titoli ne voglio il doppio, perché non sono mica tanto sicuro che domani potrò usarli per comperare la farina, e mi devo tutelare”. Quindi alla fine tu gli devi dare più titoli di quanto gli daresti se avessi dell’oro o degli euro, per pagare il premio a rischio.
Quindi tu, lavoratore pagato in titoli, dallo stesso valore nominale, sei un po’ più povero perché paghi l’incertezza. È come se ti avessero tagliato gli stipendi
Si potrebbe cominciare da Grillo: potrebbe essere pagato in titoli per i suoi spettacoli. Oppure da domani tutti i dipendenti pubblici troveranno in busta paga dei “pagherò”; idem per i pensionati. Dai, provateci.

 

Per avere un articolo giornalistico a modo ecco qua:

https://www.ilpost.it/2018/05/16/che-cosa-spread/

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