there is no life b

Lo stupore delle prese elettriche

Sul mercato del lavoro protetto

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Intanto ecco cosa dice davvero l’Ocse:

Reforms of employment protection legislation (EPL) that reduce dismissal costs are also associated with short-term employment and wage losses, but these are reversed within a few years on average. Moreover, these losses are not statistically significant when reforms are implemented during an economic upswing. The analysis also shows that these short-term costs are less acute in countries with significant labour market dualism, as measured by a high share of fixed-term contracts in employment. Importantly, such countries are also those that experience the greatest benefits from reforms that lower the relative use of fixed-term contracts. Evidence from country case studies shows that these benefits tend to materialise relatively quickly. In the long run, more flexible dismissal legislation is associated with greater average wages, consistent with previous studies of the relationship between EPL and productivity.

 

Poi.

  1. Attenzione ai cherry picking, alle inversioni tra causa ed effetto, alle semplificazioni metodologiche. Nel titolo c’è scritto: “Ecco i dati”. A parte un grafico che mostra che non c’è correlazione tra tasso di disoccupazione e protezione all’impiego, mancano i dati, se non si vogliono andare a leggere le fonti.
  2. Non è il grado di protezione del lavoro a determinare il tasso totale di disoccupazione? Be’, che novità! E’ la crescita che crea occupazione. Sia l’occupazione che il tipo di contratti offerti dipendono dalla domanda di lavoro (che è quella delle imprese), che a sua volta dipende dalle condizioni di mercato e dai vincoli posti al suo funzionamento. La crescita dipende dalla produttività totale dei fattori, che in Italia è ferma da venti anni anche a causa di rigidità nei mercati dei prodotti e soprattutto dei servizi, compreso quello del lavoro. Poi c’è il fisco che ruba risorse, un sistema duale di ammortizzatori sociali teso a privilegiare i dipendenti pubblici e quelli delle grandi imprese sindacalizzate, il problema della concertazione, quello della contrattazione collettiva e così via, ma sono punti non toccati dall’articolo.
  3. La minore o maggiore flessibilità del mercato del lavoro incide sull’occupazione dei lavoratori marginali, con meno esperienza, meno qualificati, sui giovani e sulle donne. Soprattutto in un sistema fortemente duale come quello italiano.
  4. Quanto incide la rigidità del mercato del lavoro sui flussi del mercato stesso, soprattutto quando non c’è crescita economica? Pochi escono e nessuno entra. Chi cerca lavoro non lo trova, se non precario. Chi vuole cambiarlo, non può. Chi è dentro è tutelato e può permettersi di non essere efficiente e contribuire al declino. È il sistema duale che genera precarietà e non flessibilità. Nel medio periodo determina anche un calo del tasso di occupazione, anche perché se gli sforzi per trovare lavoro sono inutili, smetti pure di cercarlo, oppure emigri.
  5. L’impatto del jobs act è scarso? Certo, come quello delle leggi Treu e Biagi: non toccare gli ipergarantiti e togliere protezione solo ai non garantiti non può che generare dualità, precarietà (e non flessibilità) e rigidità ulteriori. Vanno tolte le rigidità: in altri termini occorrerebbe equiparare il lavoro pubblico a quello privato anche per incentivare le persone a scegliere lavori produttivi, agevolare l’innovazione e le nuove professioni anziché ostacolarle per favorire i già presenti nel mercato (Uber, Airbnb ecc), togliere le barriere all’accesso in diverse professioni (eliminazione di ordini e albi inutili, attuare la direttiva Bolkenstein, togliere le esclusive e le rendite di posizione di categorie come quella dei notai o degli avvocati o dei farmacisti o dei tassisti). Inoltre, cito da un report del Fmi del 2011: ricalcolare le pensioni col contributivo, restringere i pensionamenti anticipati e aumentare l’età pensionabile, tagliare i posti di lavoro nel settore pubblico, eliminare le indicizzazioni dei salari, bloccare i salari minimi, ridimensionare la contrattazione collettiva settoriale, ridurre i sussidi di disoccupazione, facilitare le procedure di licenziamento, ridurre le liquidazioni e le tasse sulle buste paga.
  • 7 Un mercato del lavoro più protetto danneggia chi vuole entrare e non ci riesce e chi è marginale, a partire dai giovani e dalle donne. Imporre delle quote gialle, arancioni, rosa o variopinte rischia solo di aumentare i costi. I sussidi pubblici per assumere servirebbero ad aumentare le tasse, quindi il costo del lavoro, quindi a ridurre ulteriormente le opportunità di impiego.

 

 

Le riforme della legislazione di protezione dell’occupazione che riducono i costi di licenziamento sono associate anche a occupazione a tempo determinato e ad abbassamenti salariali, ma questi effetti si invertono in pochi anni in media. Inoltre, queste perdite non sono statisticamente significative quando le riforme sono implementate durante una crescita economica. L’analisi mostra anche che questi costi di breve termine sono meno acuti nei paesi con un mercato del lavoro significativamente duale, come misurato da un alto tasso di contratti a tempo indeterminato.

Tali imprese sono quelle che beneficiano maggiormente delle riforme che abbassano l’uso relativo dei contratti a tempo indeterminato. Le prove che emergono dai casi studiati mostrano che questi benefici tendono a materializzarsi abbastanza velocemente. Nel lungo periodo, una più flessibile legislazione dei licenziamenti è associata con salari medi più alti, coerentemente con i precedenti studi che mettono in relazione la legge di protezione dell’impiego e la produttività.

 

 

 

 

I bellissimi dati di Andrea Garnero sui minimi contrattuali, che mostrano come i minimi siano quasi l’80% del salario mediano, aiutano a capire il boom dei voucher. Sono una sorta di salario minimo legale ma flessibile. Permettono di sottodichiarare il numero di ore lavorate. Uno può pensare di eliminarli ma il travaso sarà verso il lavoro nero tout-court! Troppa rigidità la si paga altrove

 

 

Ed invece di diminuire le rigidity che si fa? Le si fa pagar sempre di piu’ “altrove”, che poi son I figli e nipoti loro!

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