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Lo stupore delle prese elettriche

Svezia: una storia di successo economico…liberista.

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Da: “http://www.libertarianism.org/publications/essays/how-laissez-faire-made-sweden-rich#.c5cbck:XePw

 

La Svezia viene spesso presa ad esempio su come un certo tipo di socialismo possa funzionare meglio del mercato. Però la storia della Svezia rende evidente una conclusione opposta.
La Svezia, meno di 150 anni fa, era un Paese a basso reddito, più povero del Congo, con un’aspettativa di vita pari alla metà di un Paese sviluppato medio e con il triplo della mortalità infantile.
A quel tempo la Svezia era molto povera e affamata. Quando c’era un mancato raccolto, nella Svezia del nord le persone dovevano mischiare la corteccia degli alberi col pane perché erano a corto di farina. Le città erano sovraffollate, mancavano di servizi sanitari e di igiene. Nel diciannovesimo secolo una famiglia operaia con cinque figli poteva dover vivere in una stanza e una cucina, che diventava anche un soggiorno e una camera da letto. Molte persone condividevano le stanze con altre famiglie. Nel 1900 a Stoccolma 1400 persone vivevano in edifici che comprendevano duecento monolocali. In queste condizioni le malattie erano la regola. Le persone avevano molti figli non solo per la mancanza dei contraccettivi, ma anche a causa della probabilità elevata che non molti di loro sarebbero sopravvissuti a lungo.

In un secolo è cambiato tutto. La Svezia ha conosciuto lo sviluppo economico e sociale più veloce fino ad allora sperimentato dalla sua popolazione, e uno dei più veloci che il mondo abbia visto. Tra il1850 e il 1950 il reddito medio svedese è aumentato otto volte, mentre la popolazione è raddoppiata. La mortalità infantile è caduta dal quindici al due per cento e l’aspettativa di vita media è cresciuta di ventotto anni. Una povera nazione contadina è diventata una delle più ricche del mondo.

Molte persone credono che questo sia stato il trionfo del partito socialdemocratico svedese, che in qualche modo avrebbe trovato la “terza via”, gestendo le tasse e la spesa e regolando l’economia svedese in modo da garantire una distribuzione della ricchezza più equa, senza perdere la sua capacità produttiva. Così questa piccola nazione di nove milioni di abitanti nel nord Europa è diventata una fonte di ispirazione per chi crede nello sviluppo guidato dal governo e nella redistribuzione.
C’è qualcosa di sbagliato in questa interpretazione. Nel 1950, quando la Svezia era già conosciuta in tutto il mondo come una storia di grande successo, le tasse erano inferiori al resto d’Europa e agli Stati Uniti e il settore pubblico stesso aveva dimensioni minori. Fu allora che i politici svedesi iniziarono ad alzare le tasse e a sborsare elemosine su larga scala, cioè a redistribuire la ricchezza che le imprese e i lavoratori avevano già creato. Il successo svedese ha avuto luogo quando la Svezia era un’economia liberista e la redistribuzione della ricchezza ha preceduto l’welfare state.
Se altre nazioni volessero seguirne l’esempio, dovrebbero fare ciò che ha portato la Svezia ad un livello notevole di ricchezza e non a quel che una nazione già ricca ha fatto successivamente.

The Father of Swedish Liberalism

Nel 1763 Anders Chydenius, un giovane prete di Osterbotten in Finlandia (allora parte della Svezia) scrisse un saggio per rispondere al quesito:”Perché così tanta gente lascia la Svezia?” L’emigrazione era in crescita ed era vista come un problema. L’interpretazione comune era che le persone fossero pigre ed egoiste e, invece di assumersi le proprie responsabilità e lavorare duramente, erano tentate dalla promessa di una vita più facile all’estero.

La risposta di Chydenius fu l’opposta. Non c’è niente di sbagliato nell’emigrazione, scrisse. Il problema è il sistema oppressivo e corrotto che rende impossibile per le persone restare in Svezia e costruirsi una buona vita. Chydenius dettagliò gli abusi, le regolamentazione, le tasse che distruggevano le opportunità. Lui mostrò che i privilegi, le richieste di licenza, le proibizioni al commercio proteggevano pochi aristocratici pigri e impedivano a chi lavorava duramente di costruirsi la propria fortuna. Le tasse alte confiscavano quello che i lavoratori riuscivano a creare; un sistema di giustizia corrotto rendeva impossibile battere i potenti; le restrizioni alla libertà di stampa rendevano illegale lamentarsi degli abusi. “Madrepatria senza la libertà e il merito è una grande parola con poco significato,” sottolineò il prete.
Lui sosteneva che i poveri fossero laboriosi e intelligenti, ma dovevano sprecare le loro energie e il loro lavoro per evitare le regolamentazioni, le tasse e la corruzione. Ciò che andava contro di loro era la legislazione di classe, che costringeva i poveri a lavorare per gli aristocratici e per i grandi agricoltori e impediva loro di poter cambiare il datore di lavoro o di poter contrattare i salari.
Chydenius prestò attenzione a casi particolari di oppressione, estendendo il suo credo nella libertà umana a nuove aree e rendendolo universale. Così creo un sistema coerente di idee liberali. Lui volevo uno Stato minimo che garantisse la sicurezza delle nostre vite e proprietà. Lo Stato aveva l’obiettivo di impedire la violenza straniera e l’oppressione domestica. A parte ciò, il governo non sarebbe dovuto intervenire. Le dimensioni del governo e le tasse avrebbero dunque dovuto essere drasticamente ridotte. I mercati e gli scambi avrebbero dovuto essere lasciati completamente liberi. Lui si opponeva ai sussidi anche per settori da lui apprezzati come l’agricoltura o la pesca. Seondo Chydenius anche il governo deve rispettare il settimo comandamento: non rubare. Gli agricoltori avrebbero dvuto avere un diritto pieno di proprietà sulle loro terre e anche ai più poveri contadini avrebbe dovuto essere lasciato il controllo del loro lavoro. La Svezia avrebbe dovuto aprire i suoi confini e permettere alle persone di muoversi liberamente da e per tutta la Svezia e la Finlandia. Le persone avrebbero dovuto essere lasciate libere di discutere le loro idee e di formarsi le proprie opinioni. Anche in materia di religione, lui credeva che tutte le religioni avessero gli stessi diritti. “Io parlo esclusivamente per la libertà,” concluse.

Chydenius è stato anche un attivista. La sua difesa del diritto degli agricoltori locali di poter commerciare liberamente lo rese popolare e fu eletto in Parlamento. Divenne un leader della parte non aristocratica, non mercantilista, non guerrafondaia della destra svedese e ottenne il voto favorevole alla liberalizzazione degli scambi, alla riduzione dei sussidi, all’abbassamento delle tasse, alla libertà di stampa, all’abolizione della censura. Come risultato i documenti e le decisioni delle autorità diventarono pubblici: un caso unico al mondo nel 1766. Un pamphlet che Chydenius pubblicò era più importante degli altri. Lui spiegò i benefici del mercato libero autoregolantesi. Lo stesso re firmò in seguito una legge sulla libertà religiosa grazie alla quale gli ebrei acquisirono il diritto di stabilirsi in Svezia. Concesse anche più controllo sulle proprie terre agli agricoltori e liberalizzò gli scambi agricoli. Però fece terminare l’era del parlamento forte e accentrò in sé i poteri. Alla sua morte una ribellione della nobiltà spinse re Gustavo Quarto a introdurre la censura sul dibattito politico e a sospendere il parlamento.
Con la stagflazione e le sconfitte nella guerra contro la Russia (che aveva sostanzialmente conquistato la Finlandia) la popolazione si animò contro il re, fino ad arrivare alla rivoluzione del 1809. I trent’anni successivi videro momenti più o meno favorevoli al liberalismo o alla restaurazione, ma comunque possiamo dire che, a prescindere dall’interessante storia svedese di quel periodo, comunque abbastanza comune a quella europea, tra il 1840 e il 1865, la Svezia sperimentò una rivoluzione liberale non violenta. Tutti potevano avviare un’impresa e competer liberamente. Le regolamentazioni che avevano fermato lo sviluppo delle industrie del legname e del ferro vennero revocate. Fu permesso un sistema bancario privato e i tassi d’interesse erano deregolamentati. Furono istituite leggi sulla libertà di immigrazione e di emgirazione. L’istruzione fu garantita a tutti. La libertà di stampa e di religione furono espanse. Le donne potevano possedere delle proprietà, avere un’istruzione e farsi una carriera.
Il protagonista liberale di questo periodo fu Gripensteadt, che spinse per entrare nel trattato con Francia e Gran Bretagna in base al quale ogni Paese aveva il massimo accesso ai mercati degli altri Paesi. Furono abolite le proibizioni al commercio, furono abbassate le tariffe. Il Parlamento diventò più democratico e non diviso per classi.
Gli oppositori di Gripenstedt dicevano che con le sue riforme i concorrenti stranieri avrebbero distrutto l’industria svedese e che senza il controllo governativo ci sarebbero stati enormi problemi di qualità e di coordinazione. Quando alle persone nelle campagne fu concesso di aprire i negozi, i critici del liberalismo dicevano che le città si sarebbero immiserite poiché gli agricoltori non avrebbero avuto più necessità di spostarsi in città per comprare le cose.
Il risultato delle riforme liberali invece fu straordinario. La Svezia diventò una delle nazioni più ricche del pianeta. Il salario reale degli operai crebbe del 25% per decennio tra il 1860 e il 1910. L’aspettativa di vita aumentò di 12 anni. In totale i salari reali crebbero del 170% in quei cinquanta anni, mentre nei cinquant’anni successivi crebbero del 110%. La spesa pubblica statale, intanto era pari a circa il 6% del reddito nazionale, a inizio ‘900.

La rivoluzione liberale aveva trasformato completamente la Svezia. Una società in cui tutte le occupazioni erano regolamentate e il commercio con le altre nazioni praticamente proibito, improvvisamente si aprì in un’alluvione di creatività che era stata fino ad allora trattenuta per secoli. Adesso tale creatività era premiata e non penalizzata. I mercati aperti e minime regolamentazioni permettevano ai capitali di affluire alle idee migliori e le imprese erano libere di assumere e di licenziare. Le industrie si meccanizzarono e la Svezia poteva esportare ciò che sapeva fare meglio in Gran Bretagna o in altre nazioni in cambio di prodotti che non era in grado di produrre in modo conveniente.
Gli agricoltori, che avevano acquisito il diritto di proprietà della loro terra, iniziarono a investire in un’agricoltura più efficiente. L’industria del legname, che poteva adesso esportare la produzione, si trasformò in industria dei prodotti derivati dal legno e in industria della carta. Le fabbriche deregolamentate potevano trasformare il rame, su cui le generazioni precedenti si limitavano a camminare sopra, in ferro e acciaio. Gli artigiani, liberati dal vecchio sistema delle corporazioni, iniziarono a competere cercando nuove soluzioni, nuovi prodotti, nuovi design, prezzi più bassi. La produzione si elettrificò e divenne di massa, così che anche i più poveri potevano permettersi di comprare più merci. Le banche poterono canalizzare i capitali ai produttori più efficienti e gli svedesi iniziarono a investire in macchinari nuovi e in metodi grazie ai quali le merci prodotte erano di più e di qualità migliore.
Questa epoca di laissez faire fu l’ambiente ideale per i creatori e gli imprenditori. In certi casi le industrie furono stabilite da uomini che erano sia inventori che capitani di industria. Avevano successo sia nel creare qualcosa di nuovo che nel fornirlo ai consumatori. Basti pensare a Lars Magnus Ericcson, a Sven Wingquist (SKF,) ad Alfred Nobel, a Gustav Dalen (AGA.) Altri imprenditori commercializzarono le invenzioni altrui, come Axel Wenner Gren che creò l’Electrolux portando gli aspirapolvere e i frigoriferi nelle case degli svedesi.
Un successo ne seguiva e ne precedeva un altro. La Svezia era cresciuta e continuava a farlo. L’acqua corrente, la rete fognaria e l’illuminazione elettrica furono installate nelle case e nelle strade svedesi.
Così, tra il 1850 e il 1950 il reddito pro capite in Svezia crebbe di otto volte, mentre la popolazione raddoppiava. La mortalità infantile cadde dal 15 al 2%, l’aspettativa di vita aumentò di 28 anni.
Nel 1867 qualcuno disse che tutti oggi sono liberali, al che il movimento liberale divenne una vittima dei propri successi e si spaccò in tre. I vecchi liberali crearono il Ministerial Party, che aveva l’obiettivo di difendere le riforme, ma senza andare oltre. Un gruppo più piccolo creò il partito neoliberale, che oltre alle libertà economiche propugnava un’estensione delle libertà culturali e politiche come più diritti per le donne, più democrazia, una “rule of law” più estesa. Il partito dominante fu comunque il Rural Men’s Party, un partito che difendeva gli interessi degli agricoltori, che aveva degli elementi di liberalismo, che voleva ridurre le tasse e dare più potere a chi era al di fuori dell’establishment di Stoccolma.
Quindi alla fine tutti erano liberali, ma il liberalismo non aveva più un obiettivo comune su cui lavorava una forza unica, coerente, efficace.
Così a fine anni 80 dell’Ottocento i liberali persero una campagna contro le tariffe sul grano, si formò un nuovo governo conservatore ed emersero delle alternative politiche. Economicamente, le tariffe furono ininfluenti. Non erano aggiustate per l’inflazione, così diventavano di anno in anno più basse in termini reali. Inoltre la riduzione dei costi di trasporto controbilanciò le tariffe. Le importazioni e le esportazioni continuarono a crescere.
Però le tariffe ebbero delle conseguenze politiche. L’armonia tra i liberali venne meno. Ogni parte cercava di togliere denaro dalle tasche degli altri gruppi. Ogn gruppo aveva interessa a conquistare premi e privilegi per sé. Chi intendeva restare liberale sul serio e voleva un Stato neutrale vedeva le sue tasche svuotate dagli altri. Adesso quasi tutti chiedevano interventi attivi del governo per gli uni o per gli altri.
Il movimento liberale iniziò a cambiare. Molti diressero le loro simpatie sui lavoratori e sui poveri. Adesso che il governo li aveva traditi aumentando, con le tariffe, il costo del pane, questi avrebbero dovuto contrattaccare. La battaglia contro il libero commercio, che il popolo voleva, era stata persa in parlamento. Alcuni liberali giunsero alla conclusione che, poiché il governo intendeva aveva beneficiato i produttori attraverso le tariffe, il contrattacco sarebbe dovuto partire dai consumatori. Alcuni liberali volevano importare le idee di sicurezza sociale di Bismarck e diventare “socialisti liberali” o “liberal socialisti” che dir si voglia. Intanto era rinata l’alternativa conservatrice, pro business e protezionista. Laddove un tempo si diceva che l’intervento governativo era una causa di sottosviluppo, adesso si dice che tale intervento potrebbe creare un rapido sviluppo.

COSA FECERO I SOCIAL DEMOCRATICI
La nuova forza più forte a fine millennio furono i socialisti e si organizzarono su una piattaforma favorevole al libero scambio. Nel 1889 fu fondato il partito socialdemocratico e una delle sue richieste fu:”No alle tariffe sulla fame.” Il partito si lamentava del fatto che il governo aveva distrutto l’uguaglianza di fronte alla legge aiutando le imprese e quindi gli operai non avrebbero aspettato il premio derivante dalla crescita economica: anche loro avrebbero preteso che il governo facesse dei passi nella loro direzione.
Alla fine, in sostanza, il sistema liberale sopravvisse. I conservatori e i liberal socialisti lottavano per la proprietà privata e per la disciplina fiscale e collaboravano per tenere lontano il socialismo dalla Svezia. Quando i socialdemocratici conquistarono il potere nel 1932, abbandonarono velocemente i loro piani di socializzare le imprese. I loro leader pensavano che un aumento della produzione fosse essenziale per avere le risorse finanziarie necessarie alle riforme desiderate. Essi erano impressionati dalla capacità di creazione di ricchezza che l’economia liberista assicurava. Essi erano influenzati da una generazione di economisti indipendenti liberali come Gustaf Cassel e Eli Hecksher, che consideravano Chydenius un padre intellettuale. E’ interessante notare come alcuni importanti personaggi del partito socialdemocratico fossero tra i liberoscambisti e liberisti in economia più costanti.
Più di altre nazioni, la Svezia si resse sul libero commercio, che era necessario per una piccola economia dipendete sia dalle importazioni che dalle esportazioni.
I socialdemocratici e i sindacati permisero ai vecchi settori come l’agricoltura, la navigazione, il tessile, di scomparire via via che nuovi posti di lavoro in altri settori erano creati. Essi attuarono una politica prudente, che lasciava il mercato libero di creare ricchezza, consentendo al processo di distruzione creatrice di fare il suo lavoro e di distribuire solo in seguito una parte (crescente) di quella ricchezza. Loro crearono un sistema di sicurezza sociale che dava la maggior parte delle pensioni, dei sussidi di disoccupazione, degli assegni di paternità, delle indennità di malattia, a chi contribuiva maggiormente e quindi a chi aveva alti salari. In questo modo, poiché i benefici erano proporzionali all’ammontare pagato per averli, la classe media ricca aveva interesse a sostenere il sistema.

Le regolamentazioni erano adattate in modo da beneficiare le industrie più grandi. Per esempio, se venivano introdotte regolamentazioni nel lavoro, delle eccezioni erano fatte, con l’accordo dei sindacati, per le più grandi imprese esportatrici. Negli accordi collettivi di lavoro, i salari erano resi uguali sia per le imprese moderne, grandi, orientate all’export, che per le imprese più piccole e meno produttive. In questo modo le imprese più piccole erano gravate da un peso maggiore. Le tasse erano alzate di preferenza sui consumi in modo da non interferire sull’incentivo a produrre.

Nel 1950 la Svezia era una delle nazioni più ricche del mondo. Il peso totale delle tasse era di circa il 19% del Pil, più basso di quello che sopportavano gli Stati Uniti o altri Paesi europei. La pressione fiscale non superò il 30% fino al 1965. Quella svedese era un’economia aperta con un settore pubblico piccolo e che aveva prodotto questi risultati eccezionali, anche grazie all’aiuto del non aver partecipato alle due guerre mondiali.

Nella sua storia della politica economica in Svezia, Johan Myhrman conclude che malgrado una crescita nel governo, queste politiche hanno proseguito. Tra il 1950 e il 1970 la Svezia ha seguito una politica di libero scambio, che significa basse tariffe e un’attitudine benevola verso l’impresa, con una politica fiscale che ha ammesso delle deduzioni molto generose per i costi di capitale.

Sì. La Svezia ha oggi una reputazione diversa. Però questa è dovuta a ciò che è successo più tardi. Negli anni Settanta, coi forzieri riempiti dalle grandi imprese e le teste riempite da idee che derivavano dalla svolta internazionale a sinistra, i socialdemocratici hanno iniziato a espandere l’assistenza sociale e a regolare il mercato del lavoro. La spesa pubblica è raddoppiata tra il 1960 e il 1980, salendo dal 31 al 60%, ed è stata accompagnata da un pari aumento della pressione fiscale.

Per un po’ i socialdemocratici hanno potuto girare il mondo e dire quanto erano bravi nel garantire alti redditi e un forte settore pubblico, ma solo finché non sono iniziati i problemi. La crescita media si è dimezzata, fino al 2%, negli anni Settanta, poi è ulteriormente declinata negli anni Ottanta e infine è arrivata la grande crisi degli anni Novanta. La moneta è stata svalutata cinque volte, per un totale del 45%, per cercare di mantenere l’industria competitiva. Nel 1990, l’anno precedente una seria crisi economica in Svezia, l’impresa privata non aveva creato un solo posto di lavoro netto in più rispetto al 1950, mentre il settore pubblico era cresciuto di più di un milione di impiegati.

Mentre la diffusione delle conoscenze e la crescita dell’economia dei servizi rendeva più importante investire in capitale umano, l’alta tassazione marginale sul reddito personale ridusse gli incentivi degli individui a investire nella loro istruzione e nell’acquisizione delle competenze. I benefit generosi per chi non lavorava erodevano l’etica del lavoro e una nazione con la popolazione più in salute diventò una di quelle con il maggior numero di assenti dal lavoro per malattia.
L’alleanza tra il big government, il big business e il big labor rese la Svezia meno flessibile. Incoraggiare gli investimenti nella grande industria aveva funzionato finché c’era poca necessità di innovazione. Dopo il’90 tutto questo cambiò e il sistema incontrò molte difficoltà. La mancanza di piccole e medie imprese in crescita divenne un problema reale. Le imprese esistenti non crescevano, in parte a causa dei costi e dei rischi legati alle regole che impedivano i licenziamenti.

Le più importanti imprese svedesi sono ancora quelle nate durante il periodo di laissez faire di prima della Grande Guerra. Nel Duemila solo una delle 50 imprese più grandi era stata fondata dopo il 1970. Nel frattempo i servizi che avrebbero potuto diventare nuovi settori privati in crescita, come l’istruzione e la sanità, erano monopolizzati e finanziati dal governo.
Dal ’75 al 2000 il reddito nazionale svedese pro capite è cresciuto di non più del 43%, contro il 64% dell’Europa Occidentale e il 72% degli Stati Uniti. Tra il 1970 e il 2000 la Svezia era passata dal quarto al quattordicesimo posto tra le nazioni più ricche al mondo secondo i ranking dell’OECD sul reddito pro capite.

EPILOGO
Quando la Svezia è diventata ricca, era una delle economie più aperte e meno regolamentate del mondo. Le tasse erano più basse che negli Stati Uniti o nella maggior parte degli altri Paesi dell’Europa Occidentale. I socialdemocratici hanno tenuto molte di quelle politiche fino al 1970, quando hanno cominciato a credere che queste fondamenta (ricchezza mai sperimentata in precedenza, forte etica del lavoro, forza lavoro istruita, industrie esportatrici di prima classe, burocrazia relativamente onesta) fossero così stabili che il governo avrebbe potuto tassare e spendere a volontà e costruire un generoso sistema di welfare state dalla culla alla tomba.
Purtroppo non ci sono riusciti. Almeno, non senza costi. Perché quel modello di welfare ha piano piano eroso le condizioni che lo avevano reso possibile.

Le cose sono nuovamente cambiate negli anni Novanta, dopo lo scoppio della crisi. La Svezia ha infatti realizzato delle riforme importanti contro la crescita declinante e la crisi bancaria. Sia i socialdemocratici che i partiti di centro hanno contribuito ad approvare una riduzione delle aliquote marginali sui redditi. I mercati finanziario, elettrico, delle telecomunicazioni e dei media sono stati deregolamentati. La banca centrale è stata resa indipendente dal governo. Il sistema pensionistico è stato riformato con l’integrazione di sistemi privatistici. Sono stati ben accolti i fornitori privati di servizi nella sanità e nella cura agli anziani. Un sistema di voucher per la scuola è stato introdotto. Il governo ha ridotto la pressione fiscale dal 52 al 44% del Pil e ha abolito le tasse sulle successioni, sulle donazioni, sui patrimoni mobiliari e immobiliari.

Così la Svezia ha visto crescere di nuovo le sue esportazioni, ha creato lavori nel settore privato, ha conosciuto uno sviluppo economico che ha superato quello del resto d’Europa. La Svezia ha gestito la crisi finanziaria molto meglio di molti altri Paesi e il debito pubblico è attorno al 30% del Pil. Le liberalizzazioni attuali sono state ispirate dalla conoscenza del passato e dalla storia dei precedenti centocinquanta anni. A Stoccoloma è stata eretta una statua al liberale classico Hierta. Un rappresentante in parlamento dei socialdemocratici ha nominato Chydenius come uno dei più grandi pionieri della storia del parlamento svedese. Sul muro del ministro delel finanze Borg fa mostra di sé il ritratto di Gripenstedt e di Chydenius, “i padri della ricchezza svedese,” secondo le sue parole.

Quando la Svezia ha liberalizzato di nuovo, è tornata al futuro. Quel background e quel futuro sono la più importante lezione della Svezia al resto del mondo.

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