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Lo stupore delle prese elettriche

Tiri di bronzo e tiri mancini: la storia semiseria di Simon Terry

Pensate come può sentirsi uno che gareggia all’Olimpiade per la bandiera di Sua Maestà. A partire dalle interviste dei giornalisti fino all’atmosfera del Villaggio Olimpico. Si trova anche a gareggiare con i migliori del mondo, in un clima di lealtà e competizione. Vincere una medaglia è anche un modo per ripagare la Nazione dei soldi che spende per mantenere l’assegno di disoccupazione. Ebbene! A Barcellona, a.d. 1992, a soli diciotto anni sono riuscito a realizzare quel sogno. Una medaglia di bronzo. Io, il mio adorato arco e quelle frecce che volavano verso il centro. Peccato per alcuni errori, ma durante la premiazione rividi gli anni vissuti, la scuola abbandonata, i milioni di frecce tirate, fin da piccolo. Mi davano un arco ed ero contentissimo. Potevo stare ore a tirare. A volte combinavo qualche disastro, come quando distrussi tutte le lampade della casa colonica di una mia zia. “La strage dei lampadari” non la troverete scritta da nessuna parte, ma per la mia storia è un evento, come lo furono le sgridate e la mia condanna all’esilio da quella casa, benché avessi soltanto dieci anni.
Sul podio olimpico mi sentivo orgoglioso di me, dei miei genitori che avevo in qualche modo ripagato, della soddisfazione che avevo dato alla mia società sportiva e a tutto il movimento, nonché di quella data al popolo britannico. Certo: avevo già vinto qualcosa e alcuni giornali si erano interessati a me, giovane e bravo. Avrei preferito si interessassero di più le ragazze, ma lasciamo stare. Però vuoi mettere vincere quando davvero tutti sono con te davanti alla tv? Non come ai mondiali, che nessuno considera. Per di più ci paghiamo anche le spese, dopo esserci fatti il mazzo. Campione olimpico. Anzi, no. Quasi campione. Però il mio futuro era davanti, no?
Ebbene. Sapete come mi ha ricompensato la Nazione? Togliendomi l’assegno. Secondo i burocrati ufficiali io ero a Barcellona in vacanza, quindi non avevo più diritto. Non essendo a casa e non potendo rispondere alle richieste di lavoro, risultava anche che ne avessi rifiutata una. Sapete una cosa? Presi l’arco e andai in campagna a tirare. Avrei voluto spaccare tutto, anche restituire la medaglia. Invece mi misi a sedere, dopo aver tirato qualche freccia, e piansi.
Decisi di smettere. Trovai un lavoro da camionista, dopo averlo cercato con rabbia e abbandonai l’attività. “Per avere un po’ più di vita”, dissi alla BBC. Avevo ragione .Chi me lo faceva fare di stare ore e ore a tirare. Certo: la passione, ma se quelle erano le ricompense, potevo giocare da solo e non certo in nome della Bandiera.
Però poi la vita va avanti, un po’ si cambia, il lavoro non mi manca, a tirare ero davvero bravo, gli strappi si ricuciono. E’ un po’ come quando si ricomincia a fumare dopo avere smesso. Prima è solo una sigaretta, poi diventano due, quindi tre. Ripreso l’arco in mano la palla ha iniziato a rotolare. Dodici anni dopo è stato di nuovo come la prima volta. Ho ripreso a tirare e mi sono qualificato di nuovo per le Olimpiadi.

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