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there is no life b

Lo stupore delle prese elettriche

Torino 2016. Primo giorno. Faccio cose, vedo gente, penso a cose.

UNO
“Ciao! Ci vediamo live dopo anni! Che sei venuto a fare a Torino?”
“Be’. Niente. Faccio cose, vedo gente”.
Così è stato, alla fine. Ma cominciamo dall’inizio.

DUE
“Dai. Devo andare a vedere le gare di scherma dal vivo, come quelle di qualsiasi sport olimpico. Ehi! A Torino c’è un grand prix internazionale di fioretto! Partiamo da lì. Prenoto un intercity da Firenze Campo di Marte a Torino Porta Nuova per la modica cifra di nove euro e novantanove centesimi. Entreranno nella categoria dei sunk costs. Prenoto via airbnb un alloggio da una certa Alessandra Gollé. Lei stessa suggerisce di portarsi i tappi per le orecchie perché quella camera su Via Baretti è uno degli hot spot della movida torinese. Le recensioni confermano la bontà dell’avviso. Io non porterò i tappi. Porterò i ricordi di gente che rideva: il baccano notturno di quella via lo ricorderò per le risate e un po’ per il fatto che mi sembrava che la gente urlasse là fuori. Urlava e rideva. Fino verso le tre, credo, non una tragedia, ma l’avvertimento era dovuto e questo varrà un punto in più nella recensione”.

TRE
Il treno era in ritardo, ma non un ritardo qualsiasi. Centocinquanta minuti! Già che odio gli intercity che non hanno quasi mai le prese elettriche necessarie e sono sempre in ritardo e sono l’ultima ruota del carro del sistema ferroviario e sono i primi a fermarsi e gli ultimi a ripartire in caso di problemi e hanno troppa gente insieme nello stesso scompartimento ed è una lotta di valigie e sguardi e odori. Poi ho da incontrare della gente e poi volevo vedere la città e mezza giornata in più conta.
I prezzi dei biglietti con Trenitalia superavano i novanta euro, mentre le cinquanta di Italo per un AV da SMN alle 11,25 con arrivo tre ore dopo mi sono risultate accettabili. Quel che mi hanno permesso di fare e di incontrare vale ben più di cinquanta euro, quindi sì: è convenuto.

QUATTRO
“Ehi. Ma quando arrivi?”
“Il treno è partito in ritardo ed è arrivato in anticipo. Sono già arrivato”.
“Ok. Da dove arriva il treno? Io sono alla Feltrinelli”.
“Da Napoli. Io sono davanti al tabellone grande degli orari dei treni in partenza e in arrivo”.
“…”
“Adesso sono davanti alla Feltrinelli”.
“Ma cazz! Ero venuta là. Aspettami. Arrivo”.
“…”
“…”
“Clarissa! Ci vediamo live dopo anni! Dopo quel 2012 in cui stavo per correre la maratona di Torino e tu mi suggeristi di andare a bere il Bicerin al Bicerin. Com’è che sei rientrata in Greenpeace? Ah, vuoi operare più nelle retrovie rispetto a un tempo, eh. Ora mi hai aumentato il grado di maturità anche te. Resto solo io eternamente immaturo?”
“Che fa quello? E quell’altra? Ma raccontiamoci qualche pettegolezzo. Loro due sono fidanzati storici e a occhio sono rimasti solo loro. Quei due si sono lasciati. Quei due sono un mistero. Quei due…ah, già, tu eri innamorato di lei, sì vabbe’ per un po’. Questo è il Borgo Medievale, a proposito. Questo è il parco del Valentino. Guarda quanti scoiattoli! Mi viene da piangere a vederli. Il lavoro? Spero che mi confermino il contratto. Mi ci trovo molto bene. Mi occupo di grafica. La fotografia? No, non ho più l’ossessione di un tempo, ma fa parte del mio background. Tu?”
Io sto bene a lavoro e in casa e diciamo che vivo con molta serenità e ho una gran libertà di scelta e questo è molto bello.”
“Dai che poi alla fine il mondo non va così male.”
“Ah, anche te fuggi dall’allarmismo?”
“Sì, certo. Basta prendere coscienza dei problemi, esporli alle persone, ma dai, vuoi mettere la coscienza ambientale oggi rispetto al passato? Guarda. Sugli scalini di questa piazza andavo da gggiovane a farmi le canne. All’epoca c’erano i punk.”
“I punk sono morti nel 1978”.
“Sì, vabbe’, quelli che imitavano quello stile. Adesso ci sono solo giovani borghesotti, o come si dice. Senti, ma perché non facciamo eventi tra gruppi? Mi mancano quelle riunioni di un tempo. Eh, ma le rifaremo.”
“Già. Ti ricordi le attività al salone del libro, i capodanni, le riunioni nazionali, i vengo a Firenze ci vediamo i vengo a Torino ci vediamo, quando volevi iniziare a correre.”
“Certo. Aspetta che devo incontrare Alessandra. Eccola.”
“Ciao! Ma ci rivediamo live dopo anni! Adesso vado a prendere la bambina. Ciao.”
“Andiamo nel negozio della Bu.”
“Ma dai! Questo posto è strafichissimo. Tutti prodotti sfusi. Anche il vino e alla birra si prendono alla spina.”
“La bu sa tutto su queste cose. I cosmetici, i saponi da barba. Poi il cibo. Non è a chilometro zero, ma è di provienenza biocertificatissimequosolidale”.
“Ciao bu. Questo posto è strafichissimo. Voglio aprire un Negozio Leggero La Spesa Alla Spina anche a Firenze”.
“Ciao! Grazie. Mi spiace, ma in questi giorni sono impegnatissima. Il periodo natalizio per me è come essere in guerra in Vietnam, se no avremmo potuto fare un giro”.
“Dai, usciamo, che devo rientrare a lavoro”.
“Sì, ok. Allora ciao Clarissa: ci vediamo alla prossima”.
“Ecco. Torna per fare il turista perché Torino è bella e merita, anche se i milanesi dicono che si perdono quando vengono qua come diciamo che ci perdiamo quando andiamo là”.
“Certo, certo. Sono sempre venuto qua per un motivo particolare, che fosse Slow Food o una partita di calcio o la maratona o adesso la scherma. Ci devo tornare da turista. Bon. Allora vai. A presto”.
CINQUE
La casa. Il viaggio. I miei soliti timori. Quello di perdermi per arrivarci o mentre sono in giro per Torino o devo arrivare in un posto. Il fatto che non mi sia perso nemmeno a Kazan è irrilevante per l’amigdala. Quello che le chiavi delle porte che mi daranno non funzionino. Quello che non sia in grado di trovare la cassetta della posta dove dovrei lasciare la chiave imbustata quando ripartirò. Quello di essere indeciso sul da farsi, su dove andare a mangiare, su cosa scegliere di mangiare, sul se usare i mezzi pubblici o andare a piedi, su dove comprare i biglietti, su come usare i mezzi pubblici (il tutto sarà passato nel momento in cui attraverserò le strade col rosso o scenderò a una fermata perché il bus si è fermato ma io so che la fermata della metro è da quella parte e comunque so anche dove sono e quindi capisco che potrei continuare a piedi, indipendentemente da ciò che dice il sempre sia lodato Google Maps).
La casa, dicevo. Ci sono libri ovunque. Libri nel soggiorno. Libri nel corridoio. Libri in cucina. Libri in camera.
Libri di viaggio. Libri che parlano di animali. Libri di cucina. Libri di Benni e di Pennac. Libri piuttosto sinistrorsi noglobal se vogliamo. Soprattutto c’è il book crossing: prendi un libro per far circolare la cultura. Io ho scelto white bears, incontri con l’orso polare. Se torno in quella casa gliene riporterò uno.
Il resto è pulito, comodo, spazioso, confortevole: dalla camera grande alla cucina al bagno. La proprietaria della casa, Alessandra, mi spiega che non ci sarà mai in questi giorni, che vuole ridurre al minimo gli imballaggi, che purtroppo non tutti gli ospiti fanno la raccolta differenziata, che adesso va in un centro sociale occupato ad ascoltare la presentazione di un libro di Wu Ming, che il padre del suo compagno è un maratoneta, che quello è un quaderno dove lasciare i ricordi prima di partire, che a disposizione ho anche una cartina del centro e una del museo egizio, che se voglio mangiare in un posto tipico della zona c’è Il Camaleonte dove ogni sera il menu cambia e la cui gestione è familiare: moglie, marito e figli. Tutto cucinato espresso ogni sera e tutto tipico e tradizionale.
Vado a mangiare lì. Il locale è molto caldo e Ci vuole il tempo che ci vuole a preparare i piatti, ma valgono la pena l’antipasto misto comprensivo degli immancabili tomini e delle immancabili acciughe al verde, gli spaghetti al pesto isolano (con tonno, capperi, varie ed eventuali), la torta al cioccolato fondente. Prezzo totale: 22 euro.
Rientro in casa e scopro che sulla parete che divide la cucina dal corridoio d’ingresso c’è una scatolina con un biglietto attaccato sopra: “max 15 gradi, solo la mattina e la sera”. C’è una rotellina. La giro. Appena la lancetta va sul 15 ecco lo zac e una caldaia che rumorosamente dà segni di vita: fuco e zampilli e il termosifone si riscalda. In effetti prima di scendere avevo notato una certa freddura a stare in camera e i termosifoni erano spenti. Era giusta l’intuizione che si sarebbero accesi dopo, ma non lo avrebbero fatto da soli. Anche il timore di passare la notte all’addiaccio, sia pure dentro un letto con tre coperte e vestiti addosso, era stato scongiurato.

SEI
Saranno stati gli incontri della giornata. Sarà stato tutto questo periodo di vita. Sarà stato che non ho seguito i social network, però sono rientrato in camera contento e sereno e ho iniziato a pensare. Le persone sono meno rigide di quanto appaiano e anche io lo sono. I pro e i contro ci sono in tutte le cose. Si può abiurare dalle teorie e apprezzare le pratiche sperimentate in piena libertà, come vale per un po’ tutto quello che ho conosciuto nel vecchio mondo no global. Ho pensato all’elasticità mentale, al fatto che se con la gente ci parli dal vivo il dialogo si costruisce più facilmente che dietro a uno schermo. A volte ho paura di quello che scrivo su twitter di pancia e infatti sono uscito da twitter. La vita è una sfumatura di grigi: il bianco e il nero scavano solchi e creano differenze. Licenziare e far fallire, dico spesso. Sì, certo, ma non puoi dire solo quello, ma devi specificare come soccorrere i vinti e come fai a farlo in centosessanta caratteri quando peraltro stai esprimendo la rabbia che ti ha lasciato un commento o una frase di uno sconosciuto o di un politico qualsiasi? Ripenso a quei ragazzi che cantavano in centro durante un’occupazione di cui probabilmente non avrei apprezzato le motivazioni, ma che se fossi stato al loro posto e avessi avuto la loro età avrei fatto. Questo significa che si è rivoluzionari a vent’anni e conservatori a quaranta? Forse. O forse abbiamo avuto troppe disillusioni. O forse quel che alcuni vedono come problema è una soluzione. Penso perfino che l’Italia possa farcela e che alcune proposte di miglioramento che ritengo ridicole potrebbero non esserlo se fossero inquadrate a modo. Penso che esistono delle persone che riescono a fare dei grandi cambiamenti di vita, come passare da una laurea in biologia a una vita dedicata alla scrittura. Penso che ognuno possa essere responsabile del proprio cambiamento e, se determinato, riuscirà a cogliere delle opportunità anche nei momenti di maggiore difficoltà. Ripenso a quando è successo per me e ripenso che non rinnegherei quel che ho fatto durante tutta la vita, errori compresi, perché se adesso sto attraversando un buon periodo, è anche per quegli errori.
Penso che a volte sia bello stare fermi a osservare, a riflettere per non smettere anche di pensare e magari riuscire perfino ad annoiarsi. Anche questa è serenità.

SETTE
Vai un attimo su Facebook e ti trovi pregiudizi ovunque. Perché non provare a essere più leggeri? Fatevela una risata qualche volta. Facebook è diventato lo sfogatoio delle vostre frustrazioni personali? Non era così internet. Non lasciatevi fregare dalle false informazioni. Non siete come apparite. Come mai sparate fuoco e fiamme? Con chi ce l’avete? Vi sentite soli? Non sapete che fare tutto il giorno? Persone che vomitano parole e che non sembrano essere gli stessi individui conosciuti live da poco o tanto tempo.
Ritorno a pensare. Al bar dove ho preso un caffè c’era una barista che parlava di una certa Valentina, che deve essere una signora un po’ particolare che se le fai un ginseng dice che non lo voleva mentre se non glielo fai chiede “quanto aspetti a farmi il solito ginseng?” Basta uscire e ascoltare per scoprire delle storie e avere voglia di approfondirle. Chi sarà questa Valentina? Che vita avrà vissuto?
Ripenso alle mie vite passate e alle mie paure ancestrali: da quella di impazzire a quella di finire in miseria. Ripenso alla mia voglia di difendere quelli veramente “sconfitti dalla vita” o che non hanno la forza di protestare o quella di contrattare: gli immigrati, i barboni, i fannulloni, l’ambiente (animali, alberi, foreste, mari, monti, fiumi).
Ripenso alle canzoni che mi facevano temere un futuro di paura e solitudine, che non si è poi verificato. Ripenso a quando a quattordici anni vivevo di pane e (testi delle canzoni dei) Pink Floyd e a titoli come Brain Damage, Shine On You Crazy Diamond, Hey You.
Ripenso alla mia voglia di libertà che diventa reattanza quando sento che qualcuno vuole che faccia le cose come pare a lui. Anche quando ha ragione.
Penso anche a quante città italiane non ho ancora visitato da turista e forse è il caso di farlo, così risparmio pure rispetto a fare il giro del mondo in trecentosessantacinque giorni.
“Cosa sei venuto a fare a Torino?”
“A vedere gente, a fare cose. A vedere le gare di scherma. E a pensare sdraiato su un letto o camminando per strada, così come facevo da adolescente e così come forse non ho mai smesso davvero di fare. Mi mancava la colonna sonora di un Guccini o dei Pink Floyd. Quello sì. Si può sempre rimediare una volta tornati a Firenze. Spotify è lì apposta, lì dove una volta c’era uno stereo Pioneer ancora funzionante dopo venticinque anni di vita”.

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