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Lo stupore delle prese elettriche

Turismo a Venezia, turismo sostenibile, turismo in Appennino

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Sbobinatura

Acqua alta, seconda a quella del 1966

Le acque alte sono sempre più frequenti.

Sole 24 di jacopo gilberto articolo, venezia l’acqua alta e il mose perché le dighe

Cause e cose che si possono fare.

Sono dovute al riscaldamento globale? Forse sì.

Questo è un fenomeno estremo. Anche nel ‘66 arrivò l’inondazione.

Nessuno può dire se l’inondazione di ieri è dovuta al gw. Le isole si stanno abbassando da molto tempo.

Le imprese di Porto Marghera avevano pompato fuori acqua e questo aveva provocato un abbassamento delle isole su cui la città è costruita.

Si sono discussi vari metodi per ripompare acqua dentro ma non ci sono state soluzioni credibili.

Non possiamo dire con certezza che se non ci fosse stata porto marghera tutto questo non sarebbe avvenuto. D’altronde se non ci fosse stato porto marghera non ci sarebbe stato lo sviluppo economico di quell’area. Questi discorsi non portano a niente.

Il mose. L’idea è di costruire delle dighe. La laguna riceve acqua dal mare adriatico. Da bocche di porto. La laguna è delimitata a est dalla terra, da jesolo a sud a chioggia. Da lì entrano le maree. Sembra ragionevole che se costruisci delle dighe quando si alza la marea e il vento è forte si può fermare la marea nelle ore di maggior pericolo, come in Olanda.

Qui non si discute se il mose sia o no una buona idea. Gli esperti danno opinioni molto diverse.

Vista l’entità del problema e visto che era una delle poche idee forse valeva la pena tentare.

In trenta anni non è ancora finito il mose.

Siamo di fronte a un caso di malgoverno. Dalla progettazione alla gestione a tutto.

Non solo ci sono state le ruberie, i costi sono lievitati, ma soprattutto non si è fatto. Ognuno avrà le giustificazioni. Ingegneri, costruttori, amministratori. Avranno anche buone ragioni. Abbiamo ritardato perché, quella cosa è andata storta ecc. Diventiamo vittime delle nostre insufficienze accumulate. L’urgenza di fare le cose, il farle quando si è deciso di farle, il portarle a termine, il far pagare i responsabili quando non l’hanno fatto…

Ci deve essere ancora oggi qualcuno in forza da licenziare. Perché o esiste un consenso sul fatto che il mose fosse inutile (allora qualcuno ha buttato via cinque miliardi) o se era fattibile allora qualche responsabilità ci dovrebbe essere ma non esce mai.

In un paese in cui non si decide, non si fa e nessuno è responsabile del mantenere gli impegni presi, qualcuno è responsabile.

In Danimarca hanno chiesto se funzionasse il mose.

Nessuno può dire se funzionerà di sicuro. Peraltro le paratie sono già state attaccate dai mitili.

Se lo avessero fatto almeno oggi potremmo sapere se funzionava o no. Nel caso di sbaglio qualcuno avrebbe douvto pagare. Ci sono politici ufnzionari magistrati di mezzo

La grossa difficoltà era capire con chi rapportarsi. Un sacco di uffici, di persone, di enti, non si capiva a chi rivolgersi.

L’Italia è vittima del suo sistema politico e burocratico. Il sistem pubblico. Non solo i politici. Proprio gli alti funzionari che dovrebbero mettere in pratica le decisioni non funzionano.

Che in trenta anni non si sia deciso è inconcpeibile.

Come si discrimina un progetto buono da uno cattivo, un progetto che avrà trenta anni.

Negli altri paesi le grandi opere si fanno.- ci sono problemi e corruzioni anche da altre parti. Ma si fanno e funzionano. Se qua il problema dei disastri e dei fallimenti è costante il problema non è la singola opera ma il sistema.

Si può aspettare di cambiare prima di fare grandi opere? Forse, ma ci vorrebbe un cambiamento di sistema e per realizzarlo ci vorrebbero almeno cinque anni. Il problema siamo noi e non la centrale o la tav se gli altri paesi non hanno gli stessi problemi.

A ragionare così non si fa niente. I ponti crollano, gronda non si fa, Venezia affonda, l’energia si compra a prezzi alti. Dobbiamo imporre al paese ciò di cui non si rende conto.

Arriveranno soldi a pioggia a fronte dei lamenti, arriveranno stati di emergenza e non cambieraà niente.

Il rischio che si facciano le cose per portare soldi a qualcuno ci sarà sempre. Allora costruisci dei sistemi risk and balance e ti rendi capace di controllare.

L’analisi costi benefici ha senso ma non ha senso fare l’analisi costi benefici dell’ilva, quando esistono analisi in tutto il mondo sulla produzione di acciaio.

L’analisi costi benefici deve essere fatto in modo scientifico e nel massimo possibile di buona fede prima di metterlo in moto.

Nel caso di aziende private come ilva verifichi che non abbia impatti ambientali negativi e che sia profittevole.

Non è che si debba rinunciare. Invece di fare comitati. Sforziamoci nel migliorare le procedure di selezione.

La parlisi comporta dei costi che vengono pagati

Dobbiamo riformare le procedure della pa

A Catania basta un temporale per allagare le strade. Un giorno alle pendici dell’etna ci sarà una strage. Esempio di anarchia libertaria. Il caos.

A venezia per il rimborso spese mi hanno chiesto tantissimi fogli e tantissime firme

Manca una cultura della responsabilità: il giorno dopo il disastro i cittadini dovrebbeo stare attaccati agli amministratori. I cittadini dovrebbero chiedere una politica della responsabilitò.

Invece ci creano leggi, commissioni, comitati e ce ne sono così tante e così stratificate nel tempo che il risultato è quello che nessuno è mai responsabile di niente.

Negli Stati Uniti il giorno dopo un disastro naturale il cittadino va dall’amministrazione perché l’assicurazione non gli ripaga la casa che è stata costruita dove non doveva essere e chiede a gran voce il cambiamento e il licenziamento dei responsabili.

In Italia si fanno i certificati in più, le leggi in più, i controlli in più e così aumenta solo la farraginosità del sistema.

Nessuno è ritenuto responsabile dell’ottenere un risultato e quindi né viene premiato né viene licenziato.

Occorre un Cappato della pa, che ministero per ministero e procedura per procedura rivoluzioni la burocrazia.

Perché non vi arrabbiate?

La tassa del disastro naturale, viene vista pure bene perché vuoi non pagare per quei poverini? L’idea è che lo stato interverrà e indennizzerà tutti, anceh se poi non è mai del tutto vero.

Continuiamo a pagare la tassa per il terremoto di Messina

Sviluppo in Appennino?.

Vengono dati sussidi pubblici per riqualificare aree e per farle sviluppare. Cerchiamo di mantenere assolutamente in piedi a botte di interventi pubblici aree e zone scarsamente abitate, da dove la gente se ne va. Si dice che dobbiamo cercare di riportare persone lì. Ma date la tecnologia attuale, i lavori attuali, come vogliamo (soprattutto i giovani vogliono) oggi vivere e produrre queste aree non potranno avere sviluppo economico. Queste aree vanno trasformate in parchi, restituite al turismo agricolo, al turismo di montagna. In particolare in Appennino.

Il ministro Provenzano non capisce hce il cambio tecnologico degli ultimi trenta anni renderà certe aree urbane attraenti e altre no. È inutile, folle e dannoso buttare soldi pubblici dei contribuenti per cercare di fare Milano nel mezzo della Sardegna. Bisogna riconoscere che certe aree nel 21 secolo sono adatte per farci turismo fatto bene ma non per fare delle piccole Milano perché non riuscirai mai a farle. Butti solo via soldi.

Turismo di massa.

Dovremmo chiudere Venezia (anche altre città ma Venezia è particoalre) al turismo di massa. Dovremmo introdurre dei biglietti stile disneyworld. Non dovrebbero essere concesse licenze alle forme di libero commercio che vivono di turismo mordi e fuggi e generano forme di inquinamento. Gli adulti hanno la responsabilità di lasciare un pianeta nel quale le generazioni possano vivere. I giovani dovrebbero lasciare decentemente fruibili le opere d’arte che le generazioni precedenti ci hanno lasciato. Il turismo mordi e fuggi globalizzato rischia di distruggere queste realtà artistiche, culturali, antropologiche.

Qui c’è proprio un fallimento di mercato. Nella ristorazione, nel turismo abbiamo veramente un libero mercato semi. Fatto così male che è  quasi selvaggio. Lì c’è proprio un fallimento di mercato.

Si possono attenuare gli effetti ma non c’è scampo. Ridurre gli ingressi. Come si può modulare il problema ? (Sugli studenti di arte?)

Non c’è scampo: dobbiamo far pagare il ticket. Si possono trovare modi per attenuare gli effetti.

Amsterdam. C’è stato un processo di gentrificazione. Residenti, turisti. Amsterdam è diventata non più la meta di chi vuole andare a farsi le canne. Questo ha aiutato i residenti a sentire la città in un altro modo. Il centro è caotico. Però c’è stata una serie di forze da chi organizzava i servizi di turismo abbastanza coordinata.

Qui c’è molta sensibilità sulla gestione delle acque. Viene eletto un water board che ha delle responsabilità pubbliche nei confronti della gestione delle dighe. Eventualmente anche dell’allagamento. Ogni tot anni arriva una lettera che invita i cittadini a osservare quale potrebbe essere l’indirizzo migliore da dare a questo board. Ci sono anche questioni tecniche. Per esempio cosa fare coi mitili che rischiano di deteriorare il cemento.

Questo è un esempio concreto di un paese che costruisce un meccanismo democratico e collettivo che cerca soluzioni e distribuisce responsabilità.

I magistrati delle acque veneziani sono stati cancellati dal governo Renzi e sono sostituiti da commissari che non sono deputati al controllo dei cittadini, i quali così si aspettano che vengano le cose dall’alto.

In una situazione trasparente potremmo arrivare anche a definire che la fatalità non ha responsabilità ma adesso ci sono solo grida e lamenti.

Decentramento del potere? Dipende. Per Venezia sì.

La città ha sempre avuto conflitti con l’apparato centrale dello stato, che governa la laguna. Chi vive nella gronda lagunare nessuno ha potuto dire: diamo la responsabilità a questo gruppo e se non fa le cose entro cinque anni lo cambiamo.

Conta anche la gestione normale. Non esistono popolazioni destinate a essere governate da fuori perché incapaci. Il federalismo e il decentramento della spesa e della responsabilità sarebbe una buona cosa affinché tutte le popolazioni siano in grado di gestirsi le proprie cose, anche attraverso errori.

Pensiamo alle città d’arte o alle Alpi o alle spiagge del sud. Sono elementi unici. Non sono replicabili. Quindi non sono beni come quelli per i quali il mercato funziona bene. Possiamo far crescere l’offerta in modo che si adegui alla domanda, per esempio per le cuffie. Se non ci sono brevetti o restrizioni legali, qualcuno produce magliette e le vende in concorrenza con altri. Qeusto funziona ragionevolmente bene nel senso che si hanno prezzi ragionevolmente bassi tali da coprire i costi e dare un po’ di profitto.

Se vuoi replicare le dolomiti perché tutto il mondo le vuole vedere non puoi farlo. L’opera di Leonardo a Milano rischiava di venire distrutta perché tutti la volevano vedere.

Ci sono alcuni beni, tipicamente artistici o naturali, che tutti potenzialmente vorrebbero vedere e usare, ma che non sono replicabili. Per cui per definizione non sono fruibili da tutti. Su alcuni di questi abbiamo fatto dei meccanismi di esclusione. Alcuni anni fa sono stato a Ravello, posto totalmente privatizzato, per cui la villa o ce l’hai o no. Come Portofino. Altri spazi, pubblici e accessibili, tutti vogliono andarci ma andandoci li distruggiamo. Dalle cime di lavaredo alla basilica di San Marco ai quadri agli Uffizi. Dobbiamo accettare il fatto che così è. Dobbiamo trovare il modo per contingentare il consumo di questi beni.

Dall’altro lato ci sono persone, aziende, che guadagnano dalla vendita di servizi legati alla fruizione di questi beni. Se vai in Piazza San Marco e vuoi prendere un caffè sai che costa delle cifre spaventose. Perché costa così? Perché Sei in piazza San Marco. Chi vende la cosa lì non ha costruito lui San Marco. Anche le giacche di Armani costano tanto, ma quelle le ha fatte lui. La gente ha deciso che lui è più bravo o sono diventate di moda e gli paga migliaia di euro. Armani l’ha inventato lui. Il caffè a San Marco è uguale a quello da un’altra parte ma costa tanto perché chi lo vende si appropria di una parte di bene pubblico. Questa è un’esternalità. Il meccanismo è: cisono dei beni rarissimi e non riproducibili che sono là e hanno una domanda infinita. Ci sono alcuni che per caso essendo lì ne usufruiscono.

Il caffè però pagherà anche un sacco di affitto e ci sarà molta concorrenza per aprire lì. Al turista piace anche il caffè disponibile lì.

Sì, ma in realtà no. Non c’è free entry. Il tutto dipende dalle licenze. Il Floria fu creato nel ‘700. I proprietari sono lì. Non hanno fatto la basilica. Nessuno può più aprire bar in piazza San Marco. Neanche a Capri. Il comune dà la licenza e carica degli affitti alti. In quei casi, come quelli dei tavolini e dei concertini carica dei prezzi. I prezzi sono di mercato o no? Se no andiamo sulla cosa delle concessioni delle autostrade. Il fatto è che si tratta di monopolio naturale. Se sei l’unico che ha avuto la concessione di aprire l’hotel sotto le cime di Lavaredo hai un monopolio naturale perché più di un hotel lì non può starci. Uno o tre. Il numero di bar in piazza quelli sono. Estendiamo il concetto. Venezia ormai è piena di bar e baretti. Però c’è un numero limitato di bar che puoi aprire nella superficie. Non è solo quello. La città è in grado di sopportare solo un numero di bar e di turisti. Fisicamente. Il problema che hai è che chi apre un bar a Venezia ha la possibilità di vendere il servizio a un prezzo alto e una parte del prezzo a cui lo vende è un’esternalità positiva legata al fatto di avere accesso a un bene unico. Se la tassa di concessione fosse alta abbastanza da compensare i costi che i turisti causano andando a prendere il bar, si può dire perfetto. Questo consuma delle pietre per un valore di x e posso rifarle (non sempre si possono rifare, come nel caso delle montagne, non rifai le rocce del Sella) va bene. Non è facile. È uno schema analitico da usare per rifletterci.

Se vado a Times Square anche lì il barista pagherà affitti altissimi e se non ci sta chiude e entra un altro. La stessa cosa non succede a Venezia? Succede dappertutto. Questo fenomeno vale ovunque. Il problema di Venezia è anche di Firenze o di Barcellona. Il centro di Barcellona ha avuto proteste dei residenti contro i turisti. Chi risiede reagisce. Voi state causando un’esternalità negativa. Mi state impedendo di parcheggiare, di camminare per strada, di risiedere. Mi state inquinando. Mi state impedendo di vivere la mia città. A Venezia ciò è drammatico. Il turista che fa le sue cose in dodici ore o a carnevale lascia i suoi rifiuti, anche fisiologici in mare. Non ci sono sistmei fognari adatti.

Il problema è di quel tipo. Non c’è una soluzione ottima che renda felici tutti. È ovvio che quel problema implica una scelta tra benefici presenti e benefici futuri. Benefici presenti: lasci Venezia di tutti, a costi relativamente bassi su parcheggi o tasse agli autobus (o ancora minori per chi arriva in treno o in motonave da Grado fino a Rimini). Questi stanno dieci ore in città, camminano, lasciano rifiuti e ripartono. Ovviamente qualcuno ci guadagna perché questi qualcosa comprano, mangiano, bevono. Quello che fai è decidere di avere reddito e beneficio oggi nella prospettiva (palese per chi ha visto la città per 50 anni) di lasciare la città, se continua questo trend nei prossimi cinquanta anni, ridotta molto male per le prossime generazioni.

Non è che ci debba essere l’arte o l’antropologia di 50 anni fa. Che se ne è andata, comunque. Togli tessuto sociale, abitativo, non ci sono più possibilità di viverci, la città è ormai solo per turisti. Questo è un costo.

È un classico esempio di tragedia dei beni comuni.

Il problema del pescare. Alcune cose si sono regolate. Come si regola la pesca dove ci sono pesci e molluschi di qualità particolare dove tutti vorrebbero pescare e si raggiungono accordi collettivi che limitino questo bene comune. Anche lì c’è un monopolio naturale. Le acciughe del Cantabrico. Anche a Venezia ad agosto c’è il fermo pesca. Questo permette il mantenimento di un minimo di equilibrio naturale. Le colonne consumate dai turisti che si siedono contro la piazza. Le colonne hanno lo scavo. Non puoi fare il fermo turista. Questo problema è importante.

La crescita della globalizzazione: abbiamo visto solo l’inizio. Abbiamo visto pochi cinesi, ancora. Tra poco arriveranno gli indiani. Vogliamo gestire queste città come? Stiamo distruggendo nell’arco di mezzo secolo il patrimonio artistico italiano.

Il dilemma è fare un turismo sostenibile dal punto di vista economico e preservare ciò che c’è.

Turismo sostenibile è un concetto ben definito. Abbiamo una cosa, il patrimonio specifico, che dobbiamo sostenere.

Liguria e accesso limitato alle cinque terre.

Numero chiuso a Venezia? Boldrin lo aveva proposto nel 1976. Proposta diecimila lire per entrare. È turismo per i ricchi? Sì. Alcune cose vengono limitate secondo il censo. Le cose uniche del mondo sono limitate secondo il censo.

Non c’è una soluzione magica. Questo è un altro tema di rilevanza. Il turismo di massa in località uniche ad altissima domanda. crea guadagni grandi per alcuni e danni per altri. Complessivamente è distruttivo per i luoghi.

Molti veneziani hanno accettato questo e il risultato è che scappano via.

Avere un prezzo dinamico? Ci sono momenti in cui il bene è meno appetibile e il numero si alza? Oppure quando la domanda è maggiore il prezzo si alza?

Si può fare. Si possono immaginare contingentamenti, prenotazioni, limitazioni. Si possono offrire percorsi vari.

Occorre anche gestire il problema della residenzialità. I centri storici hanno perso lìessere luoghi di residenza e vita se non i per i molto ricchi. Ad affittare al turista guadagni e chi ha reddito medio o medio alto trova difficile vivere in quei po

 

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