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Tutelare il posto di lavoro non significa tutelare il lavoratore. Seconda puntata.

Dico:”Hanno fatto la gara regionale per il trasporto pubblico locale imponendo tra le garanzie quelle di non licenziare il personale e di non aumentare per un po’ il prezzo dei biglietti. In queste condizioni un’azienda non si può gestire. Finirà che i dirigenti saranno di nomina politica e comunque risponderanno ai politici. Per la gestione non potranno fare altro che chiedere ai politici di estorcere denaro ai contribuenti con le tasse o alle generazioni future a forza di deficit. Le spese saranno quasi tutte per il personale, magari amministrativo e assunto per ragioni clientelari, e non ci sarà spazio per gli investimenti.”

Dice:”Ma non vorresti nemmeno tutelare il personale? Tocchiamo i dirigenti.”

Ecco una possibile risposta articolata, oltre a quelle già presenti sul blog e a quelle che arriveranno in altri posti.

I dirigenti non sono “personale?”
Si possono “toccare” se non ottengono risultati, come tutto il personale. I risultati si hanno se aumentano valore, aumentano i ricavi, fanno aumentare i profitti ma è difficile valutare i risultati se i dipendenti vanno avanti per anzianità o raccomandazioni e non per merito. E’ difficile avere risultati se vengono assunte persone esclusivamente per ragioni di amicizia col politico o col dirigente.

I dirigenti inoltre come fanno ad ottenere risultati o a trovare soldi per gli investimenti se non possono agire né sui costi (personale, per esempio) né sui ricavi (prezzo dei biglietti, per esempio?)
Come fanno a dirigere se il personale non è nemmeno spostabile di mansione o di posto o non vuole lavorare dieci minuti in più o non vuole essere valutato sui risultati o non vuole differenze di stipendio fondate sul merito?
Tutelare il lavoratore non è uguale a tutelare il posto di lavoro.
Il lavoratore si tutela garantendogli stipendi adeguati alla produttività, stipendi non defalcati da tasse assurde, possibilità di crescita professionale, anche rispetto delle sue esigenze.
Il lavoratore si tutela se può cambiare agevolmente lavoro in un mercato dinamico e nel frattempo, quando è senza lavoro, gli spettano ammortizzatori sociali come in tutto il mondo. Quindi sì ai sussidi di disoccupazione che cessano se il soggetto rifiuta un lavoro e no alla cassa integrazione che magari dura anni (vedi parassiti Alitalia o Eni ex Lanerossi) all’80% dello stipendio e solo per alcune aziende, grandi sindacalizzate o pubbliche.
Gli imprenditori o i datori di lavoro, inoltre, non sono lavoratori?
Perché tutelare una parte nell’illusione che sia la più debole? Si raccontano aneddoti di persone che sono campate facendo periodi di malattia alla Fiat e contemporaneamente facevano il garzone a nero presso dei muratori.
Se il lavoratore sa che il suo posto sarà fisso può fare scelte a lungo termine, ma non è incentivato a professionalizzarsi e anzi è incentivato a fare il meno possibile, fermo restando che ciò che conta è la sua produttività e questa non dipende necessariamente dal numero di ore in cui lavora, bensì dai risultati e dal fatto che il suo prodotto sia utile. Stare due ore a mettere timbri ha produttività effettiva è pari a zero. Stare due ore a scrivere codice software è produttivo.
Se assumere un lavoratore significa tenerlo a vita, prima di assumerlo se ne inventano di tutti i colori e al limite si assume a nero, giustamente.
Se il lavoratore assunto a vita fa parte di un’azienda in perdita che viene salvata dallo Stato, questo deve trovare i soldi dalle tasse o spendere a deficit.

Ci rimettono così quelli che il lavoro lo cercano e non lo trovano perché le aziende o gli enti devono tenere quelli assunti a vita e magari meno produttivi. Oppure non lo trovano perché le aziende devono pagare più tasse e avere più costi o essere meno produttive e quindi non c’è spazio per i nuovi.
Col mercato del lavoro bloccato si crea disoccupazione, come dimostra l’Italia e, al contrario, come dimostrano i paesi dove la disoccupazione è inferiore e l’occupazione, soprattutto, superiore: Uk, USA, Paesi scandinavi con la flexicurity. Perfino Spagna e Portogallo hanno avuto una crescita dell’occupazione appena hanno introdotto un mercato del lavoro più orientato alla produttività.
Gli stessi lavoratori, del resto, con le tasse pagate per salvarne altri, hanno meno reddito a disposizione. Il lavoratore beneficia maggiormente la società se può esprimere il cento per cento del suo talento e della sua passione magari cambiando cento lavori prima di trovare il “suo lavoro” anziché essere assunto a vita in un posto dove sfrutta il dieci per cento del suo potenziale.
Tutelare solo i lavoratori dipendenti pubblici, alcuni professionisti legati a una corporazione e i lavoratori di grandi imprese private sindacalizzate è stato uno dei grossi problemi italiani. Infatti chi teneva a galla l’Italia sono stati a lungo gli autonomi e le piccole aziende non sindacalizzate e che spesso evadevano.
Poi succede che privilegi i lavoratori dipendenti (solo alcuni) e ci rimettono: gli altri lavoratori, gli imprenditori, i risparmiatori, i contribuenti e soprattutto chi cerca lavoro e non lo trova. Non perché il numero dei posti di lavoro sia fisso, ma perché più vincoli ci sono e meno crescita c’è e l’occupazione dipende dalla crescita.
La pseudotutela del lavoratore iniziata negli anni Settanta ha creato discriminazioni, sprechi, deficit e disoccupazione. Chi ci ha guadagnato sono stati i sindacati, i politici, gli assunti in massa. Chi ci ha rimesso sono state le generazioni future e l’Italia: il declino nasce da questi obbrobri.
Ci sono trecentomila dipendenti pubblici inutili, secondo Monti. Ce ne sono un milione da licenziare, secondo Zamagni. Questi sono sprechi che durano da anni e  vanno avanti per anni. Producono tasse, perdite, disoccupazione giovanile, deficit, immobilismo e quindi declino. Almeno potessero essere spostati da dove c’è sovrannumero, mettiamo la Calabria, a dove sono pochi, mettiamo la Lombardia.

Ci sono funzionari ministeriali che stanno a fare l’uncinetto. Ci sono sedici funzionari al ministero del tesoro che non lavorano per uno che lavora. Non possono nemmeno essere spostati e spesso hanno l’ardire di ostacolare l’opera di un ministro.
Negli anni Settanta e Ottanta sono stati inventati posti di lavoro pubblici inutili, salvataggi a imprese private e pubbliche, casse integrazioni a vita, pensioni indipendenti da ogni considerazione equa e demografica, posti elettorali a iosa, posti in aziende pubbliche poi diventati pensioni baby, insegnanti in sovrannumero e così via. I lavoratori Alitalia hanno avuto anni e anni di cassa integrazione e di salvataggi anche con le aziende in perdita. Questi sì che sono sprechi, altro che gli acquisti di matite.
Occorre che lo Stato faccia il regolatore, ma non il gestore del mercato. Occorre che lo Stato si faccia da parte. Occorre che i lavoratori pubblici siano equiparati in tutto e per tutto a quelli privati e che nessun lavoro che possa essere svolto a livello privato venga svolto da un ente pubblico.

Questo accadrà solo col default o quando gli italiani acquisiranno una mentalità anglosassone. Il secondo caso non si verificherà mai, ma così saranno i giovani italiani fregati dalla mentalità statalista, corporativa, protezionista e assistenzialista a emigrare.

 

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