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Lo stupore delle prese elettriche

Un po’ di cose sul grande dramma delle pensioni in Italia

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Le pensioni vengono pagate da chi lavora. Quasi ovunque nel mondo il sistema pensionistico è a ripartizione. Una parte del reddito nazionale prodotto ogni mese viene presa da enti statali (o di categoria) e data ai pensionati. La parte che viene prelevata sono i contributi, versati dai lavoratori e dalle aziende per le rispettive quote a carico, e le tasse, se i contributi non sono sufficienti.

Quindi i versamenti dei contributi dei lavoratori non servono a pagare le loro pensioni, ma quelle di chi è già in pensione. Analogamente quando toccherà a loro andare in pensione saranno i lavoratori di allora a pagare le loro pensioni.

La distinzione tra sistema retributivo o contributivo riguarda il metodo di calcolo. Quanto ricevi di pensione può derivare da quanto prendevi di stipendio (che sia quello medio, che siano gli ultimi anni) oppure da quanti contributi hai versato o ancora da altri criteri definiti per legge. Il calcolo può poi essere definito con parametri come gli anni di contribuzione e gli anni di aspettativa di vita.

Esistono e sono esistiti sistemi pensionistici a capitalizzazione. In questi i contributi che versi durante la tua vita lavorativa vengono investiti in strumenti finanziari. Il problema è che se i rendimenti crollano finisci a gambe all’aria e lo Stato deve intervenire fornendoti comunque un sussidio. Il sistema cileno, che ha avuto dei vantaggi, ha poi riscontrato anche dei problemi. Le casse mutue che esistevano in Italia negli anni 60 erano in rosso. Quindi, se riteniamo che debba esistere una forma di sostegno pubblico verso chi non è più in età da lavoro (a prescindere dalla definizione di quale sia questa età) i sistemi a capitalizzazione non sono una risposta adeguata. Se invece riteniamo che tutti debbano pensare alla propria pensione fin da giovani e se non hanno la possibilità di mantenersi arrivati a un certo punto della propria vita debbano arrangiarsi o suicidarsi, be’, è una scelta che collettivamente può anche essere votata e presa.

I sistemi pensionistici furono introdotti in Italia nella prima metà del ventesimo secolo ed erano a capitalizzazione.

Ci furono delle riforme a partire dagli anni 50. Alcune categorie furono privilegiate fin da subito: artigiani, agricoltori e commercianti potevano andare in pensione, sia pure minima, anche senza contributi, e poi votare DC. I dipendenti pubblici ebbero dei trattamenti di favore già in quegli anni.

Fu però nel periodo tra il 1968 e il 1973 che fu introdotto il sistema retributivo basato sull’80% dell’ultimo stipendio, che furono introdotte le pensioni di anzianità, che furono introdotte le pensioni baby, che alcune categorie di lavoratori (e di sindacalisti, e di politici) furono particolarmente privilegiate.

In quegli anni comunque il reddito nazionale cresceva di più del 3% annuo, per ogni pensionato c’erano sette lavoratori, la piramide demografica mostrava che i giovani lavoratori erano più degli anziani pensionati. Quindi non erano tutte sbagliate quelle riforme, a quei tempi. Si può discutere su alcuni aspetti, sull’eccessiva generosità, su diverse storture, ma si rimediava anche a delle mancate tutele precedenti (c’erano anche stati degli imprenditori che si erano “dimenticati” di versare i contributi a loro carico per i loro dipendenti).

Il problema è quello di non aver previsto dei criteri di aggiustamento in caso in cui le cose riguardanti la demografia, il tasso di occupazione, la crescita del pil fossero cambiate in peggio, magari contemporaneamente.

Inoltre si è ritenuto che le pensioni fossero dei diritti acquisiti: invece bisognava spiegare che erano un patto generazionale consistente nel prelievo fatto dagli anziani ai giovani. Prelievo basato sul reddito esistente.

Adesso la situazione è l’opposta di quella degli anni 60 e primi anni 70. Non solo: la demografia è destinata a peggiorare. Anche il reddito nazionale non è previsto che cresca particolarmente e non lo era nemmeno prima del covid. In ogni caso già adesso sappiamo che nei prossimi dieci anni ci sarà uno scarto di 200 000 persone almeno tra chi andrà in pensione e chi avrà 18 anni e quindi potenzialmente potrebbe iniziare a lavorare. A parte che non è detto che chi entra in età da lavoro inizi a lavorare subito e che è probabile che inizialmente guadagnerà e quindi contribuirà poco. Inoltre il pil italiano è quantomeno fermo da decenni.

Ci sono state delle riforme. La riforma Dini? Se la fai nel 1995 e la metti a regime nel 2035 che ce ne facciamo? La riforma Fornero è stata buona, poteva essere migliorata e invece cercano di limitarla o di introdurre assolute idiozie come quota 100.

Se le persone che sono in pensione ricevono sempre la stessa pensione, se a queste si aggiungono altre persone, se il reddito nazionale è fermo, se le persone che iniziano a lavorare sono meno di quelle che vanno in pensione, la quota di reddito destinata ai pensionati sale.

Chi non lavora, perché è in pensione, guadagna di più di chi lavora. “Ma ha versato i contributi”. È vero, ma quelli che ha versato se ne sono andati il mese stesso che li ha versati. Adesso riceve soldi da chi lavora. Lui consuma e l’altro gli paga i consumi e lo stile di vita che aveva quando lavorava e può mantenere quando è in pensione.

Esiste anche il caso di persone che hanno una pensione molto bassa perché non hanno versato contributi. Magari si tratta di persone che hanno evaso per una vita e ora continuano a rubare alla collettività. Prendono anche troppo, direi.

Se il reddito nazionale scende, la popolazione diventa sempre più anziana e improduttiva, l’aspettativa di vita si alza (già oggi diversi pensionati sono stati più in pensione che a lavoro durante la vita) gli occupati sono pochi, occorre intervenire, a meno che non sia ritenuto giusto che i pensionati possano diventarlo a 60 anni dopo 38 anni di servizio, mentre ai giovani di oggi toccheranno le briciole. Se a questi giovani sta bene così non si lamentino tra qualche decennio.

Il reddito è sceso per tutti tranne che per i pensionati. La povertà è salita per i giovani ma non per i pensionati.

C’è chi si lamenta perché negli altri paesi pagano meno tasse e contributi. In quasi tutti gli altri paesi comparabili con l’Italia la spesa pubblica per le pensioni è più bassa. L’aliquota contributiva è più bassa. Oppure il valore aggiunto prodotto da quei paesi non garantisce un sistema di welfare comparabile.

Ridurre l’età pensionabile con strumenti come quota 100 significa gravare non solo sul bilancio pubblico ma anche sul futuro dei giovani e delle aziende.

Infatti destinare una quota cospicua del bilancio pubblico a pagare gente che potrebbe stare a lavoro (i lavori gravosi non sono la maggioranza e si può passare a svolgere altri lavori) implica che manchino le risorse per l’welfare familiare, per la scuola, per la sanità (così ti mando in pensione ma ti paghi l’operazione), per la ricerca, per il futuro. O anche per gravare meno le aziende e i lavoratori di fardelli come tasse e contributi (la vera flat tax). In questo modo tra l’altro le aziende potrebbero assumere più persone, destinare alla ricerca o alla formazione o all’innovazione o a trovare il modo di essere più produttive e fare profitti quanto adesso versano in contributi. I lavoratori potrebbero avere più reddito netto in tasca quando lavorano. I lavoratori qualificati non si sdegnerebbero di venire in Italia perché magari gli resterebbe in tasca 70 del reddito ottenuto anziché 50. E così via.

Soprattutto, garantire un certo stile di vita a persone oltre i sessanta anni mette a rischio lo stile di vita dei ventenni e dei trentenni. Già adesso e ancora di più in futuro.

Certo. Ci sarebbe un’altra possibilità. Quella di far schizzare in alto la produttività. Far crescere il valore aggiunto in modo tale da far crescere il reddito, l’occupazione, gli investimenti. Di far crescere il reddito in misura tale da potersi permettere di mantenere i pensionati a lungo anche senza gravare sulle generazioni più giovani e sul sistema produttivo. Affinché questo avvenga però sono necessarie tutte le riforme per accrescere la produttività. Che se è ferma dagli anni 70 ci sarà un motivo. Che quelle riforme che sono diventate necessarie nel tempo non sono mai state fatte. Come pensare che si facciano adesso, che tra l’altro non se ne vede neanche l’idea?

 

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