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there is no life b

Ma scrivi un po' cosa ti pare

Un’avventura grinpisina in Valcinghiana. A.D. 2014

INTERCITY
Treno che conferma la sua fama di mezzo di trasporto i cui orari ufficiali rappresentano un sistema di numerazione noto solo nell’universo dei ferrovieri. In altri termini: gli intercity sono sempre in ritardo. Io, Gabriele di Torino e la povera Gabriella di TarantoVeneziaFirenze, a seconda del periodo di vita a cui ci riferiamo, siamo arrivati di corsa a prendere l’IC delle 19,34 da Firenze Rifredi verso Milano, ma l’annuncio dei quindici minuti di ritardo ci ha permesso di rifocillarci nei locali vicini alla stazione con un caffè e un pezzo di mattone definito stranamente pizza. La gentil donzella ci ha poi lasciati e noi altri due ci siamo diretti fino a Modena. In treno ci siamo dati alla lettura. Gabriele leggeva su carta Le Ultime Notizie Dalla Famiglia, di Pennac, pur avendo saltato quattro volumi precedenti di notizie. Io leggevo sul Kindle un libro di consigli per emigrare a Londra e una signora accanto a me sfogliava riviste di moda su un ipad mini.

LASAGNE
Piatto preparato da Laura di Torre Annunziata, ma del gl di Torino. Lo aveva adeguatamente rinchiuso in un contenitore che qualcuno chiama gavetta, qualcun altro gamella e qualcun altro ancora Antonio. Forse erano state portate per essere mangiate alla casa scout, ma la fame atavica di Andrea non ha fatto loro superare la chiesa di Frassineti e possono pure dirsi fortunate ad avere raggiunto almeno quel luogo. Ce le siamo infatti spartite, fredde, di fronte alla chiesa di Frassineti, nella macchina di Alessandro di Genova, che ci aveva raccattato a Modena.

SENTIERO

Pezzo di strada che unisce nel modo più tortuoso, ripido e sconnesso possibile un punto A, detto partenza, noto, e un punto B, detto arrivo, la cui esistenza è certa, ma la cui raggiungibilità è difficilmente determinabile. Nel nostro caso, mentre giocavamo con due cani, anzi uno, geloso quando si è unito anche l’altro, abbiamo aspettato l’arrivo di una parte dei bolognesi, quelli arrivati in macchina. L’altro gruppo di felsinei è stato impegnato a partire dalla mattina in un’eroica camminata: trenta chilometri da Maranello alla Valcinghiana, col capogruppo, Matteo, che ripeteva costantemente che mancavano duemila metri all’arrivo.
Abbiamo percorso un primo tratto in macchina, quindi l’abbiamo lasciata in una piazzetta, ci ha raggiunto anche l’auto proveniente da VeneziaTrieste, abbiamo posato i bagagli nella Irene Car che a un certo punto nella salita successiva si è ben rifiutata di partire. Qualcuno sembra aver visto la macchina girarsi e tentare un gesto dell’ombrello.
Abbiamo allora tirato fuori i bagagli e anche da vuota la IreneCar ha fatto le bizze:”Io resto qui. Con tutta quella melma lassù non ci vengo. Poi mi sporco troppo e la lavanderia mi costa un occhio,” sembra aver detto.
Non potendo fare altro che dargliela vinta, ci siamo incamminati nel bosco, mentre la luna alta nel cielo indicava i nostri passi a qualunque protagonista di film horror che avesse voluto farci dividere per poi sbranarci adeguatamente. Non sono mancati passaggi su erba scivolosa, melma, scalini ghiaiosi. Perfino un corso d’acqua che qualcuno ha avuto la pretesa di chiamare fiume ci si è parato davanti, e al buio poteva essere un problema. A un certo punto un gruppetto ha cominciato a chiedere “Dove siete?” Erano quelli della legge di Murphy. Se hai da prendere un bivio, qualunque strada tu scelga, è quella sbagliata. Una volta che i dispersi si sono trovati di fronte a una simpatica parete di roccia e aver capito che non poteva essere una casa, hanno ripreso la strada giusta. Che poi anche l’esperta irene si sia chiesta se fosse giusto il percorso, alle undici di sera, coi bagagli in spalla e le macchine a debita distanza, è un dettaglio.
Alla fine, comunque, siamo arrivati alla casa e nessun maniaco assassino si sarebbe poi fatto vivo.

MELE
Prendi un sacco.
Mettici un po’ di mele dentro.
Aspetta che Irene metta in moto la macchina.
Lasciale fare retromarcia.
Ritarda pochi secondi a dire:”Ferma!”
Hai appena ottenuto una marmellata di mele.

IDROGENO
Elemento chimico (idrogenolitiosodiopotassiorubidiocesio,) che rappresenta il male negli alimenti. Dovendo scegliere tra grassi vegetali ed oli vegetali o tra grassi saturi o insaturi la scelta peggiore comprende l’idrogeno. Per la spiegazione chiedere ad Anna di Venezia, che ne parlava sugli scalini all’esterno della casa dove ci radunammo, verso mezzanotte, tutti.

PER ARRIVARE ALLA CASA
In attesa di arrivare in una casa dove allestiranno una bandiera decidiamo gli orari per il giorno seguente. “Sei venuto qua per sapere dove è il bagno?” Elisa inizia a dare spettacolo appoggiando un evidenziatore nella lingua. Anna spiega che nell’alimentazione l’idrogeno è il male. Irene dice a me di staccare. Poi inventa la frase greencontriamoci. Qualcuno inizia a dire di vedere doppio, poi strano e finirà con l’inaugurare il vomitatoio. Si ricordano testate, rammarichi “di solito sono io a recuperare gli ubriachi”, freddo, coperte, teli, giacchetti, vomitate in un secchio, pane e acqua, fino alla dormita colossale. Non siamo qua a coordinare le bambole. Qualcuno racconta di un finlandese che ha percorso chilometri su un piede a zig zag. Io inciampo su scalino. Il sacco a pelo è una grande invenzione. Per la prima volta dormo fino alle dieci, dalle tre e trenta di notte.
Il giorno degli workshop nasce con calma, con la colazione, la scoperta del cioccolismo, il panbauletto, la marmellata, il miele,. Gli workshop sono improvvisati. Non sappiamo bene di cosa parleremo e anche gli orari sono più flessibili di quanto eravamo abituati. Eppure funziona tutto. Ognuno fa qualcosa, che si tratti di spostare i tavoli o andare a raccogliere la legna. Peccato che una volta sistemati i tavoli, un trattore voglia passarci. I bagni hanno le docce e si formeranno due gruppi, quelli del doccia bollente e quelli del preferisco puzzare. Deve essere l’effetto gp ma perfino la presentazione di se stessi e del gruppo è piacevole e conviviale. Il momento clou del primo pomeriggio non è il pranzo, a sacco, bensì il tentativo di giocare a pallone in terreno sconnesso e a rischio di caduta sul burrone, che era più un burretto. In ogni caso avevamo la scoutina veronese che non si fermava davanti a niente, fossero rovi da oltrepassare o, più tardi, camini da accendere.
Non mancava nemmeno la taroccatrice di vite altrui.

VOMITO
Xxxxxxxxxxxxxx
Mentre sugli scalini di fronte alla porta d’ingresso di una delle sale c’era gente che parlava e sgranocchiava del cibo, alcuni di noi stavano dentro la stanza. “Sei venuto qui per sapere dove è il bagno?” Avrebbe chiesto Irene. In realtà fu lì in quella stanza fumosa che alcune menti partorirono i nomi e gli orari degli workshop che si sarebbero dovuti tenere i due giorni successivi. La serata ebbe comunque un protagonista assoluto, che chiameremo X e per il quale useremo il maschile solo perché non esiste il genere neutro. Dopo avere appoggiato un evidenziatore sulla lingua, sceso le scale e avere annunciato già in precedenza “Vedo strano” o “vedo sdoppiato” o addirittura “Y, sei supermorbida!”, verrà visto sdraiato nel corridoio tra i quattro bagni che erano al piano inferiore della casa, raggiungibili attraverso una scala a chiocciola, dopo avere attraversato una delle due grandi camere piene di letti a castello.
X aveva gli occhi persi nel vuoto, un po’ alla Christine F, e gli arti e la testa che ballonzolavano, specialmente quando doveva buttarsi in avanti per espellere del vomito, causato con probabilità dall’effetto “per quanto poco tu beva roba alcolica è meglio se prima o durante hai mangiato qualcosa.” Dalla prima espulsione successero al suddetto protagonista le seguenti cose:
– venne trasferito in bagno;
– gli fu portato del pane, ma si lamentò che non ci fossero dei pesci sostenendo che ci avrebbe citati in giudizio e avrebbe portato a sua testimonianza il famoso best seller “La Bibbia.” Intendeva dimostrare che laddove c’è del pane debba esserci del pesce.
– Gli fu anche portata dell’acqua, utilissima a rompere le molecole dell’alcool e ad aiutare a evitare il mal di testa dirompente da sbornia.
– Volle verificare la resistenza di uno sciacquone e di un muro dando delle simpatiche testate a peso morto.
– Gli fu concesso di vomitare nel bidet, che poi veniva ripulito di quel bel colore viola che in realtà dava una certa classe all’ambiente.
– Gli veniva trattenuta la testa e gli veniva messa dell’acqua nella fronte, a testimoniare che era stato battezzato- di fronte a un eventuale prete che avessimo dovuto chiamare per l’estrema unzione.
– Fu portato di forza a letto dall’intervento deciso di Z.
– Sosteneva continuamente di avere freddo, per cui fu coperto con giacchetti, sacchi a pelo, teli copri materassi degli altri letti.
– Sosteneva anche che di solito è X che aiuta gli ubriachi e si sentiva in colpa.
– Disse a W che se l’avesse detto al coordinatore, W sarebbe stato ucciso.
– Gli fu messo un secchio a mo’ di vomitatoio accanto al letto, che venne utilizzato per due o tre volte, finché non si mise a dormire.
Alle tre e mezzo di notte fu così che le luci si spensero e i sacchi a pelo si gonfiarono. Dato il freddo che c’era in quelle stanze, fu lodato l’inventore del sacco a pelo invernale.

WORKSHOP (prima parte.)
Ma esisterà un corrispondente termine in italiano, no?
Allora. Qui è il momento di essere seri, così evito di scrivere due volte cosa è successo nello stesso periodo di tempo e questo report finisce prima. Però seri, ma non troppo.
Allora intanto scopro che mi sono alzato alle dieci e mezzo (mezza per i settentrionali, credo, quindi non c’è bisogno di spiegare quale sia la parola giusta da usare.) Questo è un evento: in occasioni del genere alle sette sono già in piedi, di solito. Stavolta è diverso e anche il fatto che un qualcosa di grinpisino inizi dopo le nove è diverso. E come non restare sorpresi dopo che la colazione è fatta lentamente, anche perché occorre scoprire gli effetti del cioccolismo, l’inizio delle attività rimandato, cosa fare nei workshop deciso lì per lì? Questa spontaneità e questa improvvisazione in realtà non portano caos, ma serenità. Poi nel momento in cui si fanno le attività tutti sono concentrati e presi da quello che stiamo facendo.
Nei tempi morti tutti fanno qualcosa: cucinare, pulire, raccogliere la legna, spostare i tavoli, scoprire come aprirli, giocare a pallone, farsi fare le carte dalla taroccatrice di vite altrui, andare senza paura tra i rovi a recuperare il pallone da brava scoutista, accendere il camino da brave scoutiste, andare in paese a comprare il necessario.
Chiaramente la gestione, la preparazione e l’organizzazione dovrebbero essere più chiari, rigidi, definiti tanti più dovessero essere i partecipanti o tanto più ufficiale e formativo dovesse essere lo skill share. Ma questo era il nostro non skill share e quelli che erano lì sono stati quelli che ci hanno creduto (anche quelli che hanno acconsentito a pagarsi le spese.) Non sapevamo bene come sarebbe andato, ma il fatto che sia riuscito così bene non può che inorgoglirci. Che sappiamo fare le cose per bene lo sappiamo, no?

Il primo workshop si chiamava Greencontriamoci. Ognuno di noi, tra un applauso e l’altro, presentava se stesso e il gruppo in qualche modo. Già lì avrebbero potuto essere utili i membri del cosiddetto gl Pisamerda, visto che avrebbero potuto spiegare come funziona la loro gestione orizzontale, come fanno a essere così bravi nei media e soprattutto nel reclutare e mantenere nuovi volontari. Hanno preferito non esserci ritenendo che questo sarebbe stato un evento di puro cazzeggio e che non avrebbe avuto alcuna valenza formativa. Invece non sarà così e forse può essere più utile provarci insieme a superare gli ostacoli, anziché rinunciare in partenza pensando che si verificheranno le peggiori cose possibili. L’assalto al cielo di settantasettina memoria non chiede il permesso.

WORKSHOP (seconda parte.)

Il turno dell’world cafè. Abbiamo definito le domande in brevissimo tempo. Le domande erano:

Il senso era capire un po’ di più quali fossero le esigenze e le aspettative dei volontari di oggi, perché le cose cambiano, le associazioni pure e i volontari sono molto soggetti a turnazione.
La discussione si svolgeva così: c’erano sette tavoli, in ognuno di essi una persona restava fissa e tutti gli altri ruotavano durante ciascun turno. Il tempo per dibattere e fare una sintesi scritta di ogni domanda era di venti minuti.
La presentazione l’ha fatta molto bene Elisa. L’world cafè è stato molto intenso, interessante e dispendioso di energie: dopo il terzo punto reclamavo una pausa neanche avessi corso la cento chilometri del passatore.
Chiaramente la durata giusta di ogni turno è un’ora e mezzo. A fine ora ci starebbe una plenaria di una mezzoretta e poi una pausa di un’altra mezzora condita di caffè e cazzeggio, ma noi lì stavamo sperimentando: quando parleremo di campagne e avremo da fare uno skill share ufficiale sarà diverso, ma non migliore come riuscita. È andato benissimo questo, tenendo conto degli obiettivi, e andrà benissimo quello.
Le risposte mi hanno sorpreso. Molti nuovi volontari lamentano un problema di formazione. Abituato a sentirmi dire che gp è innanzitutto studio, formazione e informazione mi chiedo quanto sia cambiata oggi l’associazione e se la priorità non sia diventata fare attività che abbiano un ritorno di risultati ed economico, lasciando in secondo piano il fatto che i volontari conoscano i rapporti e sappiano di cosa parlano. Che almeno si pongano dei dubbi quando leggono su un volantino cose come “l’Artico ha perso il 75% dei ghiacci.”
Però è molto positivo che i volontari sentano questa necessità e che non gli basti imparare a fare un banchetto.
Anche le risposte che indicano la necessità di un maggior coinvolgimento nel locale e maggiori collaborazioni con altre associazioni e con gli altri gruppi locali erano musica per me.
Gli stessi volontari hanno avuto modo di confrontarsi e magari di ricevere chiarimenti su alcuni punti. Insomma, se l’obiettivo degli skill share è formare, informare, condividere esperienze e conoscenze, e far sì che chi partecipa esca più motivato di quando è entrato, be’, l’obiettivo è stato raggiunto. Non fu così, ricordo, quando ci fu uno skill share nazionale organizzato dall’ufficio e non è stato sicuramente così all’ultimo local meeting.
A ribadire quanto detto, i tre workshop successivi, tenuti in un’ora da matteo, alessandro e andrea, sono stati pieni di contenuti interessanti. Non solo ho capito alcune cose che non sapevo su come fare foto, ma mi si è aperto un mondo sulla comunicazione e i rapporti coi media, social media compresi. Dopo quegli interventi mi si è riacceso il clic del creiamo un team media del gl e ho tenuto in considerazione l’idea fino a che non sono ritornato nel gl fiorentino attuale.

Non c’è bisogno di dire cazzate per ottenere risultati: per quello, cioè dire cazzate, hanno inventato i venditori e i rappresentanti.
LA CENA

La cena è anche il momento delle riflessioni. Accanto a me c’è Dalia che ride quando propongo che dopo gli applausi a Irene, the organizer, si passi alle coltellate, per compensare. Poi penso al nostro gruppo locale e che non gliene freghi niente a nessuno. Telefono ad Antonella, penso a come fare per far crescere il nostro gruppo. Gp resta un’associazione di bellissimi volontari motivati e che avrebbero la forza di assaltare il cielo, se non si ponessero limiti e blocchi. A un certo punto piovono patate al cartoccio fatte in camino e io ne mangio una senza togliere un pezzo di stagnola, ma tanto di qualcosa bisogna morire. Penso cose come “i nuovi degli altri gruppi sono diversi.” Siamo un gruppo di gente motivata. La cena comprende anche una zuppa di verdure e altre cose commestibili. Finito di mangiare e di consumare birre e vini, ci fiondiamo fuori dalla casa e, malgrado fossimo al fuoco, mi sembra che non faccia così freddo come il pomeriggio. Sarà l’effetto degli alcolici. Là fuori improvvisiamo partite a ping pong con delle racchette mignon, offerte di torte di mele, discorsi di criceti mannari e soprattutto un gioco. Il villaggio si sveglia, nascono dei lupi in tabula. Alle due di notte o forse le tre Marirosa e Gabriele si mettono a fare spaghetti alla birra e a qualcosa di piccante. Erano favolosi, anche perché accompagnati dal Genepì, un limoncello piemontese veramente buono. Il fatto che la bottiglia sia stata portata da una ragazza napoletana è piuttosto curioso. Poi arriva Viviana

VIVIANA, L’ALBA, IL VIDEO
Una bomba nucleare mette meno agitazione. Arriva di notte, non smette un attimo di parlare seduta al tavolo fuori dalla casa, obbliga tutti a non andare a dormire per vedere un’ipotetica alba che non sappiamo se saremo in grado davvero di vedere o moriremo prima. Mi fa rischiare di addormentarmi là fuori buttandomi così a peso morto sulla spalla di qualcuno che potrebbe finire così all’ospedale per colpa mia. Ci fa andare alle sei e mezzo di notte in mezzo al bosco per andare a vedere questa fantomatica alba. Per farlo dobbiamo attraversare un sentiero fangoso, melmoso e sconnesso che mette a dura prova le articolazioni. Dato che così non basta, dobbiamo anche scalare una impervia parete di foglie e sassi, con pochi alberi a cui appoggiarsi. Strisciando sulla parete, vedo un sasso a cui appigliarmi, ma lui decide di staccarsi. Mi dirigo verso un albero che funge da punto d’appoggio e una mano pia mi aiuta a salire fino a ritrovare un sentiero in pianura. Una catena umana, poi, permette di portare in piano anche Laura, che era rimasta indietro e ripercorrerà la discesa di ritorno dallo stesso punto. Il sentiero adesso è piano e connesso e ci conduce a un prato. La scena è da film o, come qualcuno ha detto, da disegno tipico dell’infanzia: il prato in vetta al monte, le nuvole che si alzano e si diradano sui due versanti, il sole che si erge a partire da una luminosa striscia rossa. 
Al ritorno la stoica Laura ha optato per scendere la stessa parete impervia che aveva fatto in salita. Altri hanno preferito seguire le tracce di un presunto canale e scendere più a valle. Altri ancora hanno seguito il sentiero lungo, ma sono riusciti ad arrivare alla casa ad un orario decente: tipo le sette e mezzo di mattina.
Ma torniamo alla nostra protagonista. Viviana non è andata a dormire: anzi ha compiuto una nuova passeggiata. Irene deve aver preparato la colazione in un intermezzo tra due mini dormite. Tipo i mini job. Gabriele si è piazzato sull’amaca, che era in giardino, e ha letto Le Ultime Notizie dalla Famiglia, di Pennac, senza essere a conoscenza di quelle che venivano prima. 
“Quando noi decidiamo di rompere le palle, nessuno può opporsi.” Viviana ha detto questo e siamo prima finiti in un prato ad autocelebrarci e poi abbiamo dovuto eseguire un video. Per prendere il materiale che aveva in macchina siamo anche finiti a portare dei pacchi di birre fino alla sua auto. Abbiamo salutato dei cani e incontrato degli agricoltori. Eravamo io, lei e Sara in infradito. Abbiamo camminato nell’unico momento di sole a picco, presto trasformatosi in un ben più comune freddo.

NAVIGATORE
Strumento che mentre siamo in tensione per il rischio di fare tardi a prendere il treno, si prende la briga e di certo il gusto di farci sbagliare strada, complice anche chi ha inventato una zona pedonale a Pavullo. È stato così che siamo finiti in una strada in salita, sterrata, con un cancello chiuso alla nostra sinistra e un campo aperto a destra. Solo l’aiuto di un secondo navigatore e l’uso di facoltà cerebrali ci ha riportato in carreggiata.
TRENI
Giorno di sciopero. Disperata ricerca di un treno che andasse a Firenze alle otto di sera da Modena e di un altro che partisse da Alessandria. Infruttuosi tentativi con blablacar. Laura è tentata, ma dice “mi fa piacere stare con voi di gp.” Che poi è una delle ragioni principali per cui continuo a farne parte.

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