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Lo stupore delle prese elettriche

Valencia a fine ottobre

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Valencia a fine ottobre era soleggiata, calda e calma. L’wifi funzionava dappertutto. La colazione dell’hotel era pantagruelica: salumi, formaggi, latte, crema catalana super, dolci, marmellate, paste (queste un po’ deludenti), agrumi a volontà. Del resto dopo la mezza maratona mi sgrifai un sacchetto da 750 grammi di mandarini.
L’albergo era di quelli di NH. Il primo approccio alla reception è stato quello di dire quattro parole in quattro lingue. Confondere in particolare il francese e lo spagnolo e sentirsi rispondere in inglese. La domanda “Come arrivare ad Avenida de Francia” ha scatenato il panico alla reception ma alla fine ci sono arrivato.
Una città con tante fontanelle è una città civile.
Il cibo è molto buono: dal re delle acciughe (due piatti, 52 euro, più 26 euro di pane, totale 315 euro in otto) al re delle tapas alla paella alla valenciana del pranzo post gara alle crocchette di prosciutto ai pescaditos e montaditos.
Il mare calmo e azzurro, la passeggiata e la seduta sulle panchine del lungo-oceano, il parco sul fiume percorso in risciò insieme ad Angela e a seguire abbiamo mangiato i churroz alla cioccolata. A Valencia ci sono stato quattro giorni ma sono stati giorni con assaggi di paradiso.
Casa Guillermo, il museo della scienza e della tecnica, le terme, il muraglione, le ringhiere in legno e in ferro battuto sono ricordi impressi negli appunti, così come l’orzata che sapeva di orzata (dicono gli esperti di orzate) ma a me non è che mi sia piaciuta.
Col gruppo ci si sono raccontate storie di vita e di città: la polizia e i black block, gli anarchici diciassettenni rimproverati dai genitori, le aziende in cui si lavora, Firenze piena di arte.
La sera non mancavano i chupitos. Eravamo un gruppo di alcolizzati, come ha detto Stefano?
L’acquario? Mi ha messo tristezza. Mi sono chiesto se i pinguini avessero caldo. Soprattutto lo spettacolo dei delfini l’ho trovato detestabile.
Abbiamo parlato, camminato, corso, gareggiato, visitato musei, ma la frase storica è stata:”Tra il tempo di mangiare, quello in cui si parla di mangiare, quello per prenotare il mangiare, sembra che non si faccia altro che pensare a mangiare”.

Peccato che questo post sia preso da degli appunti ormai vecchi e stringati. Ci volevano tweet in diretta, all’epoca o ricordi più corposi anche delle chiacchiere e delle battute o di ciò che avevamo visitato o delle sensazioni provate. In ogni caso la parola Valencia l’associo ancora a serenità. È bella Valencia, andateci.

 

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