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Viaggio a Boston (quarta parte.)

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Boston, ultima parte.
Qualche ora ad Harvard Square vedendo passare un po’ di gente come loro:
Un ricciolone con la camicia a quadri e l’aspetto da hippy suona la chitarra: here comes the sun e cose del genere. Lancia occhiate a chiunque si sieda sul muricciolo prospiciente. Quasi tutti gli danno degli spiccioli.
Una ragazza giovane con cenni di pinguedine sta seduta a gambe incrociate sul muricciolo con intorno un nugolo di quaderni sparsi e in mano un cellulare su cui muove le dita come uno Chopin avrebbe fatto sulla tastiera di un pianoforte.
Una donna in nero con un cappellino viola da aristocratica inglese o artista sessantottina disegna cosa succede in piazza prima di iniziare a scrivere su un quaderno a quadretti e quindi a spippolare sul cellulare.
Lungo le strade adiacenti la gente mangia, ai tavolini all’aperto o presso il market o dentro i locali o sul muro o sulle panchine o mentre cammina (ma questo caso, frequentissimo a Londra, qui è un’eccezione.).

Altra gente, sempre tra i venti (soprattutto) e i cinquant’anni gira per i negozi o passeggia. Molti hanno un libro in mano, o un mac. Il traffico è inesistente. Il passo è rilassato. I vestiti sportivi-casual per la maggior parte, reduci degli anni Settanta a parte.
Verso le due arrivano studenti presumibilmente delle high school, senza che l’ambiente subisca dei particolari mutamenti.
Una signora magra sui quarant’anni con zainetto nero e borsetta viola prende appunti su un quaderno mentre sorseggia un caffè.
Una ragazza morde a piccoli morsi una mela, fa una donazione al chitarrista e spippola sull’iPod. Per un alieno che scendesse a Cambridge, le cuffie sulle orecchie potrebbero essere una parte del corpo di questi terrestri.
Un gruppo di ragazzi tra i venti e i trenta si riunisce, parla, ride: una di loro accenna qualche passo di danza sulle note della canzone suonata dal chitarrista (with a little help from my friend, scusate se è poco, anche se poteva cantarla meglio.)
Primo pomeriggio. C’è il sole. La temperatura è di tredici gradi. Un anziano e un giovane si parlano e potrebbero essere professore e studente: la differenza di età si vede, ma per il resto (abbigliamento, atteggiamenti,) sono indistinguibili. In generale non si riesce a distinguere i residenti dagli studenti o dai professori o dai negozianti. Il formalismo sembra abolito.
Una coppia asiatica di studenti porta con sé al guinzaglio un cane minuscolo.
Una donna con bimbo distribuisce fiori e chiede soldi, altre donne chiedono soldi per altre charity, una ragazza studia e contemporaneamente parla con un’altra che mangia una mela appoggiata sul muro.
Viste le mie valigie e i miei acquisti potenziali, una negoziante mi regala un cestino per la “spesa.”
Uso Starbucks e la libreria di Harvard per ricaricare il cellulare, scaricare qualche libro sul Kindle, andare in bagno e anche prendere un caffè: del resto se ti offrono servizi, ti permettono di stare ore nel loro locale e sono cortesi, sanno che prima o poi consumerai e tornerai da loro.
All’angolo tra due strade una donna quasi senza capelli e coi vestiti sdruciti chiede soldi.
Proprio sulla piazza, tra l’edicolante e l’ufficio informazioni, un signore robusto coi capelli grigi vende vinili e quadri, un ragazzo di colore ben piazzato sulla trentina corre in tenuta atletica, una ragazza in jeans poco più che adolescente corre di fretta come se fosse a Milano.
Camminando verso Harvard Yard, lato est (credo,) vedo:
un uomo con capelli fino ai piedi, barba e cappello chiede un passaggio per gli anni sessanta.
Un suo compagno distribuisce giornali all’angolo.
Un altro fruga in un cassonetto.
Un altro ancora, con cappello da cowboy, chiede cinque dollari per gli oggetti di legno che ha messo per la strada. Si trasferisce nel Vermont, ha scritto in un cartello.
Una signora vestita come un quadro impressionista cammina e parla da sola mentre ascolta qualcosa su un iphone.
Tornando sulla piazza e muovendosi verso Oxford Street (se prima era est, questo è sud,) si vedono biciclette, barboni seduti sulle panchine, venditori di cianfrusaglie e personaggi usciti da qualche telefilm americano trasmesso in Italia nei primi anni Ottanta. Hazard, per esempio.
Alcune ragazze hanno dei disegni nel viso. Mi rimetto a sedere dopo aver mangiato al buffet dello street market, dove accanto avevo una signora che faceva un cruciverba e un uomo che leggeva qualcosa su Facebook. Passano:
Lui con barba ben coltivata e cappellino dei Red Sox. Lei studentessa con zaino e minigonna neri. Si abbracciano e ridono. Lei jeans e zainone. Lui aspetto da ricercatore con barbetta e ventiquattrore. Passeggiano in silenzio l’uno di fronte all’altra e rischiano di scontrarsi.
Lei grassoccia con maglia grigia e iPhone: forse parla con lui.
Una bella coppia di colore, capelli riccioli lei e rasati lui, con visi curati, giacconi di pelle e jeans si dirigono a passo spedito sulla metro. Li seguo, perché sono le tre ed è ora di ripartire.
In metro:
Un uomo di colore mi chiede un accendino.
Una giovane coppia di studenti si bacia.
Un signore con la chitarra canta canzoni country.
Una donna anziana con scarpe ortopediche, berretto di lana, doppio giaccone, pantaloni grigi dorme e mette tristezza.
Una studentessa dall’aspetto latineggiante dorme.
Un’altra studentessa in camicia a quadri sta sdraiata e, o ripete o solfeggia a occhi chiusi.
Una donna con cappello a tesa rosso appena uscita da un romanzo di Agatha Christie legge un giornale.
Un uomo è assorto sul suo cellulare.
Io mi ripeto che mi piacerebbe vivere qui.
“Ma tu vivi a Firenze!” Mi disse una bostoniana runner a Londra.
“Ma è inutile che gli suggerisca i musei: loro abitano a Firenze!”, aveva detto l’amico bostoniano di Silvia.

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