there is no life b

Lo stupore delle prese elettriche

Maratona di New York (prima parte.)

Resoconto della maratona di New York. Prima parte: lunghissima e meno interessante, perché ciò che la rende unica non sono le cose scritte qua sotto.
1. Ore 3,30. Se devo pensare a come vestirmi anziché dormire, posso alzarmi subito.
2. Uno su sessantottomila doveva pur mettersi la maglietta ufficiale al contrario e attaccarci il pettorale, no?
3. Faccio colazione con macedonia, succo di “frutta e verdura”, muffin. Non avevo fatto scorta di proteine. È uno di quei momenti in cui si può rimpiangere di non essere andati in un hotel.
4. Ore 5,30. All’albergo che funge da punto di ritrovo può sembrare che vada a cercare i funghi, visto che indosso giaccone (che finirà nel deposito bagagli,) maglione di lana, due maglie tecniche, guanti, papala, jeans (tutta roba che butterò prima dell’inizio o poco oltre e che verrà raccolta e donata alle charities.) Resterò con maglietta termica sotto quella ufficiale e pantaloni tecnici.
5. Ringrazierò i vestiti di cui al punto 4 al freddo e al vento in zona partenza.
6. Pipì. Si narrano leggende (quelli sopra il ponte la fanno su quelli sotto) e verità probabili (in caso di necessità si fa ovunque.) Io ringrazio gli organizzatori per avere piazzato i bagni mobili in tutti i punti strategici in area partenza e in numero sufficiente per evitare la formazione di code. Sarebbe stato brutto leggere:”si è iscritto alla maratona, ma non ha fatto in tempo a partire causa pipì.”
7. Ore 5,45. Saliamo sul pullman che ci porta a Staten Island, da dove partiamo. Accanto a me si siede una ragazza di Verona, Arianna Crema. Fa parte di quelli che si iscrissero nel 2012, quando l’uragano Sandy impedì lo svolgimento della gara. Non solo, comunque, è la sua prima maratona. È anche la sua prima gara!
8. Aeroporto Ponte da Verrazzano. Siete pregati di depositare gli oggetti metallici nelle apposite vaschette. Passate dal metal detector. Adesso separatevi gli uni, i buoni, dagli altri, i cattivi, che perquisiamo a fondo. Tra i perquisiti c’è la Monce (eccesso di integratori messi nella pancera che sostituisce il marsupio, che è proibito portare?) Ma soprattutto c’è il super guru, Fulvio Massini. Comunque nel giro di pochi minuti tutto si risolve e l’aeroporto ridiventa solo un ponte.
9. Deve essere stato l’inconscio a suggerirmi di andare in uno dei bagni mobili proprio poco prima che il Massini chiamasse a raccolta quelli come noi, cioè quelli andati a NYC grazie a “born to run”, per fare riscaldamento con lui.
10. Ore 7,30. Siamo nell’area di partenza. Poliziotti e organizzatori sono ovunque, gentili e al nostro servizio. A ogni colore del pettorale, arancione, verde o blu, corrisponde un village con stand dove vengono regalati da sponsor o charities integratori o caffè o acqua o gadget. Il tempo non passa male. Ci sediamo su una delle coperte “gentilmente offerte” dalla Lufthansa.
11.Vicino a un cassonetto una poliziotta spiega come differenziare i rifiuti. Molti atleti sono seduti per terra. Alcuni fanno stretching. In varie lingue lo speaker spiega, con un tono da Grande Fratello orwelliano, quando arrivare nella zona delle gabbie.
12. Ore 9. Andiamo verso le gabbie della partenza. Per ogni colore ci sono quattro gruppi, che partono a orari diversi e ogni gruppo è diviso in quattro gabbie diverse.
13. Ore 10,05. Partenza. Suonano l’inno americano, new York new York e sparano un colpo di cannone. Ci siamo.
Sul ponte le raffiche di vento da urlo sono il prodromo a quello che succederà poi: non tanto per il vento, che si sentiva a sprazzi ma non ci si faceva caso, quanto alle urla. Avete presente cosa significa correre davvero tra due ali di folla?
Proverò a raccontarlo nella seconda parte.(Questo è un chiaro espediente retorico.)

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